GRASSA, INVASATA, SENZA NÉ ARTE NÉ PARTE
- Lorena Laurenti

- 24 ago
- Tempo di lettura: 7 min

L’altro giorno, sotto un mio video, è arrivato questo commento: “Grassa, invasata, senza né arte né parte”.
Non era sotto un video completo, perciò dopo aver ascoltato, compreso, ricevuto, valutato un discorso intero. No. Questa persona l’ha scritto dopo trenta secondi di anteprima. Trenta secondi in cui promuovevo un video completo riservato agli abbonati YouTube. Quindi, di fatto, una persona ha visto un frammento minimo, parziale, superficiale, e ha sentito il bisogno di fermarsi lì, scrivere un insulto sul mio corpo, sulla mia persona e sul mio lavoro.
Ora, sulla maleducazione, o meglio, sulla diffamazione, potremmo aprire una parentesi molto lunga, ma non è qui che voglio fermarmi.
La domanda da farsi è: da dove arriva una reazione così sproporzionata verso una persona che ha visto per trenta secondi?
Perché se una cosa non ti interessa, scorri oltre. Se una persona non ti piace, vai via. Se un contenuto non ti risuona, lo ignori.
Però, se senti il bisogno di fermarti, colpire, insultare, svalutare, sporcare, forse non stai semplicemente “esprimendo un’opinione”. Forse qualcosa dentro di te è stato toccato.
Eh già, lo sappiamo: quando qualcosa viene toccato, a reagire non è mai la parte più lucida.
Può reagire la ferita, il trauma, il programma, l’entità attaccata con le unghie e con i denti.
A volte reagisce proprio ciò che non vuole essere visto.
Attenzione, perché è qui che arriviamo a uno dei problemi più grandi della spiritualità di oggi.
Per anni ci siamo sentiti ripetere:
“Ascolta il tuo corpo.”
“Tu dentro di te sai già la verità.”
“Se una cosa non ti risuona, non è per te.”
“Fidati di ciò che senti.”
È vero in parte.
Una persona presente, connessa, abbastanza pulita nel proprio campo, in contatto con la propria anima e con la coscienza universale, sente davvero. Sente se una cosa la apre o la chiude, se un incontro è coerente oppure no, se una strada la chiama, se qualcosa la sta nutrendo o prosciugando.
Il corpo parla, il campo parla, l’anima parla.
Il problema è: chi sta ascoltando? E soprattutto: chi sta parlando attraverso quel sentire?
Oggi, nella maggior parte dei casi, i canali non sono puliti.
Questa è la parte che molti non vogliono sentirsi dire.
Fino a qualche anno fa la situazione era diversa. Nel 2023 molte persone erano ancora abbastanza integre. Senza troppe interferenze. Più presenti. Magari con ancora un bel pezzo della propria anima. Anche chi era confuso, ferito, appesantito o interferito, spesso aveva ancora un nucleo vivo. Un barlume, una percezione interiore capace di riconoscere qualcosa di vero.
Poi, negli ultimi tre anni, è cambiato tutto.
Ne parlo in modo approfondito nella serie News 2024, News 2025 e News 2026, dove spiego la caduta dei patti di non belligeranza, la chiusura del “progetto Terra” e il cambiamento radicale della situazione terrestre.
Da quel momento, la consapevolezza dell’umanità è precipitata.
Oggi quasi più nessuno è davvero in contatto con la propria anima. Quasi più nessuno ha un vero accesso alla coscienza universale. Nella maggior parte delle persone, ciò che viene chiamato “intuizione” non è intuizione.
È la gabbia che parla.
È il programma che parla.
È il mentale difensivo che parla.
È la paura che parla.
È il trauma che parla.
È l’interferenza che parla.
È ciò che ha preso spazio nel campo della persona e non vuole assolutamente essere smascherato.
Per cui capite che la frase “ascolta ciò che senti” diventa pericolosissima. Perché magari tu senti davvero qualcosa. Ma cosa? Da dove arriva? A chi appartiene? È la tua anima che ti sta guidando o è ciò che ti tiene prigioniero che ti sta dicendo di non avvicinarti alla porta?
Questa è la domanda che quasi nessuno si fa. Soprattutto chi è già nella spiritualità da cinque, dieci, venti, trent’anni e ci vive come un automa.
È molto più comodo dire: “Non mi risuona”.
Fine. Bellissimo, pulito, spirituale, intoccabile.
Peccato che spesso quel “non mi risuona” significhi solo: “Qualcosa dentro di me si è sentito minacciato”.
Non minacciato perché quella cosa è sbagliata, piuttosto perché quella cosa potrebbe aprire una crepa.
La gabbia, quando sente una crepa, non applaude. Si difende.
Ti fa sentire fastidio, rabbia, giudizio, disgusto.
“Ti diverti a creare panico.”
“Tu sei il male.”
“Si vede dai tuoi occhi che c’è un diavolo.”
“Dio ti punirà.”
“Non hai capito niente di spiritualità.”
“Ne hai di strada da fare.”
Credi di aver avuto una grande intuizione, ma forse hai solo sentito l’interferenza preoccupata perché qualcuno stava bussando alla porta della cella.
Negli ultimi mesi ho visto tante persone mollare percorsi che avevano iniziato uno, due, tre anni fa. Persone che avevano iniziato a meditare, che avevano cominciato a guardarsi dentro, che stavano aprendo un lavoro serio sul proprio campo e che, a un certo punto, sembravano davvero pronte a cambiare.
Poi, improvvisamente:
“Non riesco più a meditare.”
“È troppo faticoso.”
“Non me la sento.”
“Non credo che la soluzione sia smuovere così tanto.”
“Ho bisogno di qualcosa di più leggero.”
“Non è più il momento.”
“Preferisco fare il percorso di un weekend Sciamano Moderno.”
In superficie sembrano frasi normalissime, eppure molto spesso non sono la verità della persona. Sono obiezioni installate. Sono frasi messe lì da ciò che vuole fermarti perché quel lavoro stava diventando pericoloso.
Sia chiaro: pericoloso non per te, per la struttura che ti tiene intrappolato.
Quando un percorso comincia davvero a sciogliere programmi, patti, agganci, parassitaggi, interferenze e strutture di controllo, ciò che vive dentro quella gabbia non resta seduto buono a guardare. Reagisce.
Spesso facendo credere alla persona che sia lei a scegliere. Che sia lei a non voler più meditare, a non avere più tempo, a preferire qualcosa di più leggero, a “sentire” che quel percorso non fa più per lei.
In realtà, molto spesso, è solo la prigione che ha imparato a parlare con la voce del prigioniero.
Questa è una delle cose più brutali da accettare.
Oggi moltissima spiritualità non libera nessuno, anzi, tiene nella gabbia, ma con illuminazione LED di ultima generazione.
Ti dice che sei già luce, che sei già perfetto, che basta il decreto magico, che basta chiedere all’universo, che devi seguire solo ciò che ti fa stare bene, che se qualcosa ti disturba, allora non è per te.
Bello. Comodo. Disastroso.
Se sei già intrappolato in programmi, ferite, paure e interferenze, ciò che ti fa stare bene spesso è proprio ciò che non ti smuove.
Ti fa stare bene ciò che conferma la tua identità, ciò che non tocca la ferita, ciò che non ti chiede responsabilità, ciò che ti fa sentire speciale senza portarti mai davanti alla tua prigione.
Resti lì. Con una spiritualità bellissima, luminosa, morbida, rassicurante.
Dentro la stessa gabbia di prima, solo decorata meglio.
Spesso sono proprio quelli che parlano della gabbia a tenerti nella gabbia. Perché nominare il sistema non significa esserne usciti. Puoi parlare di matrix, risveglio, anima, portali, frequenze, controllo, parassitaggio, e continuare comunque a nutrire la stessa struttura che dici di voler combattere.
Il sistema non ha bisogno che tu smetta di parlare di spiritualità, gli basta farti parlare di spiritualità continuando a tenerti prigioniero… e usandoti per prendere altri.
Funziona alla grande.
Il sistema crea ad hoc il guru perfetto: agganciato e convinto di avere tutta la schiera di angeli, maestri ascesi e biondoni galattici in videoconferenza, mentre ti spolpa l’energia con glamour glitterato. Oppure c’è l’anarchico itinerante, dove video dopo video ti presenta tutta la schiera degli inferi con la formula “decreto per salvarti”, nascondendo zoccoli e incantesimi sotto la rassicurante patina di “uniti per tornare nella Fonte”.
Torniamo al punto iniziale: quando una persona vede un mio contenuto e insorge, molto spesso non sta vedendo me. Sta vedendo ciò che la sua interferenza le permette di vedere. Sta reagendo a ciò che il mio lavoro apre dentro di lei.
Se io tocco qualcosa che il tuo sistema vuole tenere chiuso, la prima difesa sarà attaccare me. Così non guardi quello che si è mosso dentro di te, mi giudichi, mi insulti, mi respingi.
E resti dove sei.
Il sistema non deve impedirti di cercare la verità, gli basta alterare ciò che riconosci come verità.
Questa è la trappola.
Devi essere attratto da ciò che ti tiene nella gabbia e respingere ciò che potrebbe aiutarti a uscirne.
Puoi chiamare “pace” ciò che è anestesia, “non mi risuona” ciò che è resistenza, “intuizione” ciò che è paura programmata, “discernimento” ciò che è solo interferenza che difende il proprio spazio.
Per questo non basta sentire, bisogna imparare a discernere davvero.
Non basta chiederti: “Cosa sento?”
Devi chiederti: chi, dentro di me, sta sentendo?
Questa sensazione mi apre o mi chiude?
Mi rende più lucido o più reattivo?
Mi porta presenza o rabbia cieca?
Mi aiuta a vedere meglio o mi fa solo attaccare qualcuno?
È una percezione pulita o una difesa automatica?
Mi dà verità o solo un contentino?
È la mia anima che parla o è il programma che non vuole essere smontato?
È davvero intuizione o è l’interferenza che sta proteggendo il proprio territorio?
Come fai a distinguerlo, allora, se il canale non è pulito?
Non serve aspettare di essere del tutto liberi per iniziare. Serve solo guardare con più onestà un dettaglio piccolo: quella voce che ti dice “fermati”, “non è il momento”, “non mi risuona” cambia mai argomento o ripete sempre la stessa scusa, qualunque cosa tu stia per affrontare?
La gabbia è pigra. Usa sempre gli stessi tre o quattro alibi, travestiti ogni volta in modo un po’ diverso. Il vero sentire, invece, non ti allontana da te, ti porta più vicino. Ti lascia chiarezza, non confusione. Non ha bisogno di convincerti con mille ragioni, la paura sì.
Se dopo una scelta ti senti sollevato ma anche vagamente vuoto, come chi ha evitato qualcosa invece di risolverlo, quella non era la tua voce. Era la cella che ha vinto un altro round.
È un allenamento che può cominciare chiunque, anche partendo da un campo pieno di interferenze, perché iniziare a notare i propri schemi non richiede un’anima integra. Richiede solo la volontà di guardare senza scusarsi.
Una vera intuizione può essere forte, netta, anche scomoda, e se lo è non ha bisogno di sputare veleno. Quando senti il bisogno di distruggere qualcuno che non conosci non stai proteggendo la tua verità, stai proteggendo la tua prigione.
Il lavoro vero non è ascoltare il corpo e basta, è ripulire il campo abbastanza da poterlo ascoltare davvero.
Quella persona che mi ha insultato, prima di scrivere avrebbe dovuto fermarsi e chiedersi: “Perché mi dà così fastidio? Cosa smuove in me? Da dove arriva?”
Da lì sarebbe iniziato il vero percorso.
Lorena Laurenti
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