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TUO FIGLIO NON È IL TUO BASTONE


Molti genitori sono convinti che basti mettere al mondo un figlio, dargli da mangiare, vestirlo, mandarlo a scuola, garantirgli un tetto sopra la testa, e il grosso sia fatto.

Altri, più moderni, hanno capito anche l’importanza dell’educazione: niente cellulare troppo presto, poca televisione, meno social, più fantasia, più gioco, più libertà dalla lobotomizzazione generale del sistema.

Va benissimo, davvero.

Non sto dicendo che queste cose non contino: certo che conta cosa mangia un bambino, quanto tempo passa davanti a uno schermo, che tipo di educazione riceve e in che ambiente materiale cresce.

Tutto questo, però, non basta.


Un bambino non cresce solo dentro una casa, cresce dentro un campo di informazioni.

Cresce dentro l’energia dei suoi genitori: dentro la loro presenza o la loro assenza, la loro rabbia non vista, la loro frustrazione, la loro paura, il loro bisogno di controllo, il loro senso di colpa, le loro ferite non elaborate. Dentro tutto quello che loro non hanno voluto guardare.

Se quella casa — anche se ordinata, piena di regole giuste, senza cellulare e senza televisione — è energeticamente marcia, quel bambino lo sente. Lo respira. Lo assorbe.

Puoi anche preparargli la merenda perfetta, ma se mentre lo cresci gli appoggi addosso la tua ansia, la tua solitudine, il tuo vittimismo, i tuoi fallimenti e i tuoi vuoti, non gli stai dando solo da mangiare: gli stai dando i tuoi pesi.


Tuo figlio non è il tuo bastone.

Non viene al mondo per reggere i tuoi pesi, per tappare i tuoi buchi, per darti un senso o per guarire le tue ferite. Nemmeno per amarti mentre tu continui a zoppicare dentro senza fare nulla per curarti.

Tuo figlio non è il tuo psicologo, il tuo salvatore, il tuo pubblico, il tuo risarcimento. Non è il tuo cestino dell’immondizia emotiva né il tuo bastone della vecchiaia.

Non puoi buttargli addosso tutto quello che non hai avuto il coraggio di ripulire e poi sperare che un giorno capisca che “anche tu avevi dei limiti”.

Certo che avevi dei limiti. Li abbiamo tutti.

Il genitore perfetto non esiste, e ormai questa frase la sappiamo a memoria. Il problema è che moltissime persone la usano come alibi.

“Nessuno è perfetto.”

Sì, ma tra non essere perfetti e non fare nulla per guarirsi c’è un abisso.

Un figlio non ha bisogno di un genitore perfetto: ha bisogno di un genitore che si assuma la responsabilità di guardarsi.

Di qualcuno che ogni giorno si chieda: cosa gli sto trasmettendo davvero? Cosa gli sto facendo portare? Dove lo sto usando per sentirmi meno solo, meno fallito, meno vuoto?


Puoi anche non urlare. Puoi anche non picchiare. Puoi non fare nulla di “grave” secondo i parametri comuni, ma se vivi nella paura, lui respira paura. Se vivi nel controllo, lui respira controllo. Se vivi nella rabbia repressa, lui respira rabbia. Se vivi nel sacrificio, lui impara che amare significa annullarsi. Se vivi senza anima, senza presenza e senza coscienza, lui cresce dentro un vuoto che passerà il resto della vita a cercare di riempire.


Poi vi stupite se le nuove generazioni sono fragili, dissociate, confuse, scollegate dal corpo, dipendenti dagli schermi, piene di ansia e incapaci di stare nella realtà.

Date la colpa ai social. Al cellulare. A TikTok. Date la colpa alla scuola, al mondo moderno, ai giovani che “non hanno più voglia di fare niente”.

Prima dei social c’è stata una casa. Prima dello schermo c’è stato un campo. Prima del ragazzo dissociato c’è stato un bambino che ha assorbito tutto quello che gli adulti intorno a lui non hanno saputo trasformare.


Questa catena non nasce oggi.

L’altro giorno ho sentito dire: “Adesso i giovani non fanno figli perché dicono che non riescono a mantenerli, eppure i nostri nonni, appena usciti dalla guerra, facevano figli e gli davano pur da mangiare”.

Sì. Gli davano da mangiare. E insieme al cibo gli davano anche guerre mai elaborate, paure mai sciolte, silenzi, violenza normalizzata, sacrificio, miseria interiore, senso del dovere, colpe e traumi tramandati come fossero mobili di famiglia.

Poi quei figli sono diventati genitori e hanno passato altro. Poi quei genitori hanno fatto altri figli e la catena è continuata, aggravandosi generazione dopo generazione.

Ogni volta qualcuno dice: “Eh, ma io ho fatto del mio meglio”.

Il tuo meglio non può essere la scusa per lasciare a tuo figlio il conto di tutto quello che tu non hai voluto guardare.

Il tuo meglio ha tolto il fiato ai tuoi figli.


Io so cosa significa essere il bastone di un genitore.

So cosa significa crescere sentendo addosso pesi che non erano tuoi.

So cosa significa dover fare anni di lavoro su di sé per liberarti da qualcosa che non avevi scelto, e so cosa significa provare a parlarne e trovarti davanti a un muro di gomma.

Posso capire che una persona di ottant’anni non riesca a comprendere questi concetti. Ma quando genitori adulti di oggi — persone che magari hanno anche fatto corsi e pratiche spirituali — continuano a non capire questo punto, allora no. Non è normale.

Tuo figlio non è venuto al mondo per capire te. Sei tu che devi capire cosa gli stai dando.


Nelle analisi energetiche profonde che faccio sulle persone, la conferma è impietosa: quasi nessuno sta portando solo la propria roba. Emotivamente ed energeticamente emerge sempre la stessa dinamica: il figlio si è preso i pesi dei genitori.

Non perché qualcuno glielo abbia chiesto a parole, ma perché succede in modo sottile. Succede quando un bambino cresce accanto a un genitore assente, spento, preso dalla propria ferita, dalla propria rabbia, dalla propria depressione o dal proprio vuoto.

Il bambino sente. Sente fin dalla pancia che quel genitore non è davvero lì. Sente che non lo vede.

Allora, nel suo pensiero magico di bambino, fa una cosa devastante.

Dice: “Mamma, papà, guardami. Sono qui. Mi metto addosso io un pezzo del tuo peso, così tu starai meglio. Così sarai più libero. Così forse, finalmente, mi vedrai”.

È un gesto d’amore disperato che diventa una condanna.

Quel peso si sposta dal genitore al figlio. Il figlio cresce portando tristezze non sue, paure non sue, colpe non sue, vuoti che non avrebbe dovuto riempire.

Poi diventa adulto e non capisce perché non riesce a essere davvero felice, perché non trova il suo centro, perché ogni passo sembra più pesante di quello degli altri.

Poi, anni dopo, quello stesso genitore lo guarda e dice:

“Non capisco perché non riesca a concludere niente.”

“Non capisco perché sia sempre indeciso.”

“Non capisco perché sia così fragile.”

“Non capisco cosa abbiano questi giovani nel cervello.”


Volete sapere cosa hanno nel cervello?

Hanno i vostri cazzo di problemi.


I vostri pesi.

Le vostre paure.

Le vostre frustrazioni.

Le vostre ferite non guardate.

Le vostre vite non vissute.

Il vostro marcio messo sotto il tappeto e poi lasciato respirare ai figli come se fosse aria di casa.


È facilissimo dare la colpa alla società, al governo, alla scuola o a TikTok.

È molto più difficile chiedersi:

“Che cosa gli ho messo addosso io?”

“Che cosa ha dovuto portare per me?”

“Quale parte della sua vita sta ancora cercando di liberarsi dalla mia?”


Nessun genitore è perfetto, ma questa frase non è un lasciapassare per scaricare sui figli ciò che non hai avuto il coraggio di guardare.

“Spero che un giorno mio figlio mi voglia bene lo stesso” spesso significa solo: “Non ho intenzione di guardare il male che gli sto facendo, ma vorrei essere assolto in anticipo”.

No. Tuo figlio non è venuto al mondo per assolverti.

Non è venuto al mondo per essere il tuo cestino dei rifiuti.

È venuto al mondo per vivere.


Lorena Laurenti


Immagine generata con AI e rielaborata da Lorena Laurenti

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