Credi davvero di amare tuo figlio?
- Lorena Laurenti

- 5 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min

In questi giorni mi è capitato di leggere diversi post in cui alcuni genitori auguravano ai propri figli felicità, successo, libertà, coraggio, realizzazione.
Un pensiero bellissimo.
Ma c’è una domanda che spesso manca: quanti genitori sono davvero disposti a smettere di far portare ai figli i propri pesi?
Perché augurare a un figlio di essere libero è facile. Molto più difficile è guardarsi dentro e chiedersi: quali paure gli sto passando?
Quali aspettative gli sto caricando addosso?
Quali ferite non risolte sto proiettando su di lui?
Quali sensi di colpa gli sto lasciando in eredità?
Quali blocchi della mia storia gli sto chiedendo, inconsciamente, di portare al posto mio?
Un figlio non eredita solo un cognome, una casa, una somiglianza fisica o una storia familiare.
Eredita anche silenzi.
Traumi non elaborati.
Rabbie trattenute.
Paure mai guardate.
Fallimenti mai digeriti.
Sogni abbandonati.
Sensi di colpa.
Fedeltà invisibili.
Dolori che nessuno ha mai avuto il coraggio di attraversare davvero.
Se un genitore non si guarda dentro, molto spesso quel materiale ricade sul figlio.
Se una generazione non scioglie ciò che ha ricevuto, lo passa alla successiva.
Così il figlio si ritrova a portare non solo il proprio cammino, ma anche il bagaglio emotivo, energetico e psichico di chi è venuto prima: genitori, nonni, bisnonni e a volte altri avi.
Intere linee familiari che hanno imparato a sopravvivere, ma non a liberarsi.
Forse dovremmo smetterla di chiederci solo “che problemi hanno i giovani di oggi?”
Forse dovremmo anche chiederci: cosa abbiamo lasciato sulle loro spalle?
Cosa non abbiamo voluto vedere?
Cosa non abbiamo curato?
Quale peso abbiamo chiamato amore?
Quale controllo abbiamo chiamato protezione?
Quale paura abbiamo chiamato prudenza?
Quale sacrificio abbiamo trasformato in debito?
Perché un figlio non ha bisogno solo di sentirsi dire: “Ti auguro il meglio”.
Ha bisogno di adulti che abbiano il coraggio di lavorare su di sé.
Ha bisogno di genitori che non usino l’amore come catena.
Che non trasformino i propri sacrifici in ricatto.
Che non chiamino protezione la propria incapacità di lasciar andare.
Che non pretendano che il figlio realizzi, compensi, guarisca o riscatti ciò che loro non hanno avuto il coraggio di affrontare.
Amare un figlio non significa solo desiderare che sia felice, significa anche fare il possibile per non consegnargli le nostre prigioni.
Significa guardarci dentro.
Curarci.
Sciogliere ciò che è rimasto bloccato.
Assumerci la responsabilità delle nostre ferite.
Interrompere, per quanto possibile, la catena.
Perché se non risolviamo noi stessi, non potremo davvero aiutare i nostri figli a essere liberi.
Potremo augurare loro ogni bene, certo. ma intanto continueremo a rendergli la strada più pesante.
E allora forse il vero atto d’amore non è scrivere: “Figlio mio, ti auguro di realizzare i tuoi sogni”.
Forse il vero atto d’amore è dire:
“Figlio mio, io farò il possibile perché tu non debba portare ciò che spettava a me guarire.”
Lorena Laurenti
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