L'EGO NON VA DISTRUTTO
- Lorena Laurenti

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min

Non tutto è ego.
La rabbia non è automaticamente ego.
La tristezza non è automaticamente ego.
La paura non è automaticamente ego.
Il bisogno di mettere un confine non è ego.
Il desiderio di essere rispettati non è ego.
Il dolore non è ego.
Sono sentimenti umani.
La spiritualità da circo ha preso la parola “ego” e ci ha buttato dentro tutto ciò che non somiglia a pace, luce e amore.
Se ti arrabbi, è ego.
Se soffri, è ego.
Se reagisci, è ego.
Se dici no, è ego.
Se non perdoni subito, è ego.
Se non sorridi davanti all’ennesima invasione, è ego.
No, non è così. A volte è solo vita che cerca di difendersi.
Se per ego intendiamo il falso io costruito da maschere, identificazioni, ferite, ruoli, corazze e automatismi, allora sì: quel lavoro va fatto.
Va visto, va attraversato e va smontato.
Ad esempio:
“La mia missione di vita è aiutare gli altri, io devo salvare tutti.”
“Valgo solo se servo.”
“Eh, ma io non posso scegliere.”
“Accetto tutto perché sono buono.”
“Io sono superiore perché faccio un percorso spirituale.”
Queste sono maschere, identificazioni. Possono imprigionare, ma toglierle non significa diventare una lampadina mistica senza emozioni. Piuttosto significa tornare a qualcosa di più vero.
Attenzione qui: quel vero può essere anche arrabbiato. Può essere triste. Può essere stanco. Può avere paura. Può dire basta. Può non voler perdonare subito. Può non voler abbracciare l’universo mentre qualcuno gli sta pestando i piedi.
Incredibile, vero? Puoi essere spirituale e incazzato insieme!
Il vero io non è per forza pace, luce e amore.
Il vero io è ciò che resta quando smetti di mentirti.
Il problema non è provare emozioni “negative”, il problema è lasciarle guidare ogni scelta o usarle come programma automatico.
C’è una rabbia che distrugge e una rabbia che protegge.
C’è una paura che blocca e una paura che segnala un pericolo.
C’è una tristezza che diventa vittimismo e una tristezza che finalmente dice la verità.
Il lavoro interiore serio non ti chiede di diventare neutro, ma di capire chi sta parlando dentro di te.
È la ferita?
È la maschera?
È il personaggio spirituale?
È il bisogno di controllo?
È la paura antica?
Oppure è una parte autentica di te che sta finalmente provando a esistere?
La spiritualità da circo vuole persone luminose, docili, morbide, sempre comprensive, sempre superiori alle emozioni, sempre pronte a dire che tutto accade per una ragione.
L’inganno è che spesso quella non è coscienza: è dissociazione con l’incenso.
È repressione emotiva vestita di bianco. È una paura del conflitto chiamata “pace”. È l’incapacità di mettere confini chiamata “amore universale”. Ed è anche annullamento dell’io chiamato “risveglio” o “distruzione dell’ego”.
No, non è evoluzione.
Un essere risvegliato non è uno che non prova più rabbia. È uno che sa quando la rabbia è una ferita che parla e quando invece è la sua dignità che si alza in piedi.
Non è uno che non ha più paura. È uno che sa guardare la paura senza lasciarle guidare tutta la vita.
Non è uno che non prova più tristezza. È uno che non deve più fingere luce quando dentro sta piovendo.
L’ego sano non va distrutto, va guarito.
Le maschere vanno tolte.
Le corazze vanno comprese.
Le identificazioni false vanno sciolte.
L’io vero va incarnato perché senza un io sano non diventi spirituale, diventi solo più facile da invadere.
Poi c’è un altro punto che la spiritualità semplificata spesso dimentica: non tutto ciò che chiamiamo ego nasce in questa vita.
Molte identificazioni non iniziano con l’infanzia di adesso. A volte ti porti dietro ruoli, voti, traumi, paure, colpe, poteri, fallimenti, persecuzioni, abbandoni, guerre, promesse, giuramenti, relazioni e memorie che arrivano da altre esperienze dell’anima.
Puoi nascere già con una paura che non capisci, con un senso di colpa che non ha proporzione con la tua storia attuale, con un blocco che nessuna spiegazione psicologica riesce davvero a contenere.
Magari senti il bisogno di salvare tutti, il terrore di essere vista, la sensazione di dover espiare qualcosa, il rifiuto del corpo, del denaro, dell’amore, del potere, della voce.
Anche queste possono diventare identificazioni.
“Io sono quella che deve sacrificarsi.”
“Io sono quello che non può essere felice.”
“Io sono quella che se si espone viene punita.”
“Io sono quello che deve pagare per colpe antiche.”
“Io sono quella che deve portare un peso che non sa nemmeno nominare.”
Questo non è il vero io.
Sono memorie, programmi, contratti, ferite, ruoli che la coscienza può essersi portata dietro.
Ma attenzione: anche qui il lavoro non è diventare “pura luce” e cancellare tutto con una frase carina. Il lavoro è riconoscere cosa stai ancora incarnando senza saperlo. Portare a galla, guardare davvero e sciogliere.
La morte non cancella in automatico le identificazioni. Se bastasse morire per tornare puliti, ogni nuova vita inizierebbe davvero da zero. Invece no: spesso torniamo proprio con ciò che non abbiamo integrato. Torniamo con gli stessi nodi, con le stesse paure, gli stessi schemi, le stesse promesse antiche che continuano a muovere la vita presente.
Malattia, lutto e morte non fanno magicamente crollare tutto l’ego per far splendere la vera coscienza. Possono aprire una crepa, possono mostrare qualcosa, possono togliere una maschera, ma ciò che non viene visto, scelto, attraversato e integrato non sparisce.
Si sposta, si nasconde, si ripresenta.
E qui cade anche il discorso del “voglio uscire da questa incarnazione perché non ne posso più”. No, ciccino, perché i traumi te li porterai dietro anche dopo. Se non guarisci oggi, ti porti il malloppone anche nella prossima esistenza.
E allora cosa si fa?
Si smette di usare la spiritualità come una culla per addormentarsi e si inizia a usarla come una spada per svegliarsi.
Essere coscienti non significa diventare ciechi, né accettare ogni sopruso dell’umanità sorridendo e dicendo che “tutto fa parte di un disegno più grande”. Disegno un corno. Il male, la distorsione e il parassitaggio esistono, e davanti a questo non serve “lasciare fluire”, serve la dignità di lottare per la propria libertà interiore, la forza di mettere confini e il coraggio di restare umani e incazzati di fronte all’ingiustizia.
Non siamo qui per diventare ologrammi di luce senza spina dorsale. Siamo qui per incarnare fino in fondo la nostra verità, ripulire il nostro campo, e riprenderci la nostra vita con tutte le sue sfaccettature, la sua forza e la sua sacra rabbia.
Lorena Laurenti
