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IL DUBBIO CHE TI SALVA

7 set
Tempo di lettura: 6 min

Nell’ultimo post parlavo di quelle persone che arrivano chiedendo di essere salvate. Quelle che stanno male e non riescono nemmeno più a capire bene perché, finendo per cercare qualcuno che agisca al loro posto: un operatore, un terapeuta, un guaritore, un guru. Qualcuno che dica: “Tranquillo, ci penso io”.

È una trappola enorme, perché nel momento in cui consegni fuori da te la responsabilità della tua vita, consegni anche il tuo potere.

Esiste però una trappola opposta, e in ambito spirituale è ancora più subdola: quella di chi è convinto di essere già salvo. Di essere già sveglio, integro, presente, pulito, consapevole.

Quello che guarda gli altri e pensa: “Poverini, loro non hanno capito. Si sono persi, si sono fatti manipolare. Noi invece, quelli svegli, dobbiamo resistere”.

Così, senza nemmeno accorgersene, si crea una nuova spaccatura: noi che abbiamo capito e loro che non hanno capito.

Noi svegli, loro addormentati.

Noi integri, loro compromessi.

Noi che siamo rimasti, loro che si sono persi.

Sapete qual è il problema?

Che nel momento esatto in cui sei assolutamente certo di appartenere alla prima categoria, potresti aver appena smesso di guardarti.

Una delle cose che mi ha salvata più volte, negli anni, non è stata la certezza: è stato il dubbio.

Non parlo del dubbio che paralizza, che ti porta a non fidarti più di niente, a mettere in discussione qualsiasi sensazione o scelta fino a non riuscire più a muovere un passo.

Parlo del dubbio che ti permette di dire: “Quello che vedo oggi mi sembra estremamente chiaro, ma sono ancora disposta a scoprire che non sto vedendo tutto”.

Questo, per me, è uno degli strumenti più importanti della presenza.

A volte chi guarda i miei video percepisce molta sicurezza in quello che dico. Parlo di determinate cose in maniera talmente netta che posso sembrare persino una persona convinta di possedere verità assolute. Eppure, buona parte di quella sicurezza nasce proprio dal fatto che dubito di continuo.

Dubito di aver visto abbastanza. Dubito di aver compreso tutto. Dubito che una percezione non possa essere approfondita di più. Dubito che una verità che oggi vedo in modo chiaro non possa, domani, mostrarmi uno strato ulteriore.

Quindi controllo, riguardo, verifico; mi pulisco costantemente, ogni giorno. Osservo il mio campo e come cambia la mia percezione. Mi chiedo se quello che vedo oggi sia realmente ciò che vedevo ieri o se qualcosa si è mosso. Lo faccio non perché io viva nel terrore di essere manipolata, ma perché non voglio mai arrivare al punto di considerarmi infallibile.

Per molto tempo, ad esempio, avrei sostenuto con estrema convinzione che fosse l’anima ad aver creato tutto, compresa la coscienza universale. Oggi non lo direi più. Negli ultimi mesi, attraverso esperienze e rivelazioni successive, il quadro per me si è ampliato: ho iniziato a vedere la coscienza universale come un campo informativo indipendente dall’anima, nel quale l’anima stessa esiste e si muove.

Questo significa che prima fossi stupida?

No. Significa che prima vedevo fino a lì. Oggi vedo un pezzo in più e, magari, fra un anno vedrò ancora oltre.

Questo non indebolisce ciò che so: lo rende vivo.

Il problema non è avere una certezza in un determinato momento, ma trasformarla in un muro.

Dire: “È così. Io ho capito. Fine”.

E soprattutto: “Io sono a posto”.

Questa frase, in ambito spirituale, dovrebbe farci tremare.

L’ho visto succedere tante volte: persone competenti, sensibili, che avevano fatto anni di lavoro su di sé. Colleghe, amiche, persone con cui mi confrontavo spesso.

A un certo punto hanno smesso di mettersi in discussione. Hanno iniziato a credere di vedere tutto, di non aver più bisogno di confronto né di verificare la propria condizione, di essere ormai sufficientemente evolute da non poter cadere in certe dinamiche. I problemi sono cominciati proprio lì.

In alcuni casi erano comparsi segnali molto forti: cambiamenti improvvisi, rigidità, arroganza, perdita di presenza, percezioni sempre più “assolute”. Una progressiva incapacità di ascoltare chiunque mettesse in dubbio la loro lettura.

Mancava una domanda semplicissima: “Ma sono proprio sicura di essere ancora integra come credo?”

Non: “Sono sicuramente manipolata” o “oddio, devo avere qualcosa che non va”.

Soltanto: “Potrebbe esserci qualcosa che non sto vedendo?”

Quella domanda può salvarti, perché nel momento in cui la fai sei ancora abbastanza presente da riconoscere che tu stesso puoi avere un punto cieco.

Attenzione, però: è diverso dal vivere nel sospetto continuo. La presenza non è paranoia. Non significa passare la giornata a controllarsi ossessivamente chiedendosi:

Ho ancora l’anima?

Sono contaminata?

Sono manipolata?

Sono presente?

Mi hanno fatto qualcosa?

Quello è soltanto un altro modo di perdere il proprio centro. Per me questa differenza non è teorica. L’ho vissuta. C’è stato un tempo in cui ogni errore, ogni percezione poco chiara, ogni piccola cosa che non tornava, mi faceva scattare un giudizio durissimo su me stessa. Non dicevo “oggi non ho visto bene”. Dicevo, in sostanza, “allora forse non sono davvero integra, forse non sono davvero pronta, forse sto sbagliando tutto”. Ogni imperfezione diventava una sentenza sul mio intero valore professionale e spirituale.

Oggi, quando qualcosa non mi torna, la voce interna è diversa: “Questo non l’ho visto bene. Forse sono solo stanca. Riguardo domani”. Punto. Non ne faccio una condanna, non metto in discussione tutta la mia professionalità, non crollo. Registro il dato, lo tengo aperto, vado avanti.

È lo stesso identico dubbio. Quello che è cambiato non è quanto dubito, è cosa succede dopo che ho dubitato. Prima un errore mi toglieva il terreno sotto i piedi. Oggi me lo restituisce, perché mi conferma che sto ancora guardando davvero.

Ci sono arrivata con pratica, autoanalisi, lavoro costante su di me. Nessuna scorciatoia. Ma questa, credo, è la vera differenza tra il dubbio che ti salva e quello che ti affonda: non se dubiti spesso o poco, ma se un errore, quando lo trovi, resta un dato da correggere o diventa una sentenza su chi sei.

Presenza significa imparare a leggere bene il proprio stato, in modo da accorgersi quando qualcosa cambia.

Sapere come ti senti quando sei centrato.

Come percepisci quando sei presente.

Come funziona la tua energia quando è pulita.

Come cambia il tuo campo quando qualcosa interferisce.

Come cambia la tua percezione quando sei stanco, spaventato, agganciato, arrabbiato o semplicemente meno presente.

Questa capacità non nasce in tre minuti. Si costruisce con esperienza, pratica, lavoro, errori e verifiche. Non esiste la domanda magica da fare una volta per ottenere la risposta definitiva.

Me lo chiedono spesso: “Come faccio a sapere se ho l’Anima?”

È una buona domanda, ed è già molto meglio che darlo per scontato senza esserselo mai chiesto, ma non esiste un test che ti restituisca un risultato automatico.

Se vuoi imparare a capire subito la tua condizione, devi costruire presenza, sensibilità, capacità di discernimento e conoscenza di te. Oppure rivolgerti a qualcuno che sappia accompagnarti in quella verifica.

In ogni caso, il punto rimane lo stesso: devi essere disposto a guardare davvero.

Questo vale anche per chi pensa di non avere alcun problema.

Forse la domanda più importante non è: “Sto bene?”

Ma: “Sto ancora osservando?”

C’è una differenza enorme.

Puoi essere fortissimo e avere comunque qualcosa da vedere.

Puoi essere competente e avere comunque un punto cieco.

Puoi fidarti della tua percezione e al contempo verificarla.

Puoi sapere molto senza considerarti arrivato.

Puoi essere centrato senza sentirti superiore.

Questa è una delle forme più profonde di integrità: non la certezza di essere perfetti, ma la disponibilità costante a vedere quando non lo siamo.

Per questo, se dovessi scegliere tra una persona che mi dice “io sono perfettamente integra, ormai so come funzionano queste cose” e una che mi dice “oggi mi sento centrata, ma continuo a osservare”, mi fiderei molto di più della seconda.

Il dubbio è ciò che impedisce all’ego di trasformare una conquista spirituale in una nuova gabbia.

Il vero problema è smettere di farsi domande perché siamo convinti di sapere già abbastanza.

Io continuo a dubitare. Non di me stessa, del mio valore o della mia capacità di percepire. Dubito del fatto che ciò che vedo oggi sia tutto ciò che esiste da vedere. Grazie a questo dubbio guardo ancora. Guardo meglio. Guardo più in profondità.

Purtroppo vedo ancora troppa gente che ha fatto un corso decenni fa e spaccia quelle nozioni per verità assoluta solo perché “l’ha detto il maestro”. Nessuna verifica, nessuna analisi, nessuna considerazione del fatto che, nel tempo, le dinamiche e i contesti cambiano.

Questa è la deriva di certa “spiritualità moderna” e, purtroppo, il livello medio di molti operatori. Ma se non controllano neanche ciò che insegnano ripetendolo a pappagallo, come possono controllare il proprio stato?

La vera spiritualità dovrebbe rendere più presenti. E la presenza, quando è reale, non ha paura di fermarsi e dire: “Aspetta. Controllo ancora una volta, vedo se qualcosa è cambiato.” Oppure: “Aspetta, oggi non mi sento centrata: mi fermo un attimo e mi ripulisco.”

Questo è il dubbio che ti salva.


Lorena Laurenti

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