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TI PREGO, AIUTAMI!

5 set
Tempo di lettura: 3 min

“Sto male. Ti prego, aiutami!”

Ricevo spesso richieste così. Altre volte lo leggo nei commenti, miei e di altri operatori.

Nessuna spiegazione, nessuna descrizione della situazione, nessun elemento che permetta di capire cosa stia realmente succedendo.

All’inizio pensavo fosse qualche caso limite, poi, man mano che queste situazioni si moltiplicavano, ho iniziato a vedere cosa c’era dietro.

Credo che moltissime persone siano arrivate a un livello di disconnessione tale da non riuscire più nemmeno a descrivere la propria sofferenza.

Sanno di stare male, ma non sanno perché.

Non sanno quando hanno iniziato a stare male, spesso dicono “da tutta la vita”. Non sanno nemmeno cosa non vogliono più nella loro vita. Non sanno cosa desiderano né cosa provano nello specifico.

È rimasto soltanto un enorme: “Non ce la faccio più. Qualcuno mi aiuti”.

Il problema comincia qui.

Chiariamolo subito: chiedere aiuto è importante. Anzi, è il primo passo per uscirne. Ma chiedere aiuto e consegnare la propria vita nelle mani di qualcun altro, sono due cose completamente diverse.

Quando sei del tutto immerso nel tuo dolore, può diventare molto seducente immaginare che da qualche parte esista qualcuno capace di tirarti fuori: lo psicologo giusto, l’operatore giusto, il guaritore giusto, il guru giusto.

Quello che finalmente ti guarda e dice: ho capito tutto, lascia fare a me.

Per cinque minuti è bellissimo.

Finalmente qualcuno ti vede.

Finalmente qualcuno ti ascolta.

Finalmente non devi più portare tutto quel peso.

Peccato che, se quella persona ti restituisce soltanto conforto senza restituirti anche responsabilità, non ti sta aiutando a uscire dal pantano, ti sta arredando il pantano. Ti vende pure i cuscini in tinta con il grigio palude.

Ricorda: qualunque cosa ti sia accaduta, a un certo punto devi tornare a essere presente nella tua stessa vita. Devi iniziare a guardarla.

Anche male, anche in modo confuso, anche solo dicendo: non capisco ancora tutto, ma so che questa cosa non la voglio più.

È già un primo movimento. È l’inizio della presenza e della volontà.

Nessuno può fare quel passo al posto tuo. Un professionista può aiutarti a vedere ciò che da solo non riesci a vedere. Può aiutarti a mettere ordine. Può mostrarti parti di te difficili da portare a galla. Può offrirti strumenti, competenze, esperienza. Nel mio caso può esserci anche un intervento energetico molto profondo e una pulizia dalle entità che oggi ti mangiano vivo, ma né io né nessun altro può sopperire alla tua scelta di cambiare. Nemmeno il miglior operatore del mondo.

Posso pulire un campo energetico, lavorare sulle interferenze, sciogliere le forme pensiero, però, se tu non cambi registro, se torni negli stessi automatismi, nelle stesse dinamiche, nelle stesse relazioni, negli stessi pensieri, nella stessa totale assenza da te stesso, quanto pensi possa durare quel lavoro?

Una settimana? Un giorno? Forse neanche cinque ore.

Poi magari vai da un altro guru che ti promette di riaprirti i chakra, eliminarti tutte le entità, riprogrammarti l’inconscio, riallinearti la quinta vertebra con l’energia quantica e garantirti la serenità eterna con tre rate da 97 euro.

Due parole dolci, cinque minuti in cui ti senti finalmente accolto… e un’inculata bestiale.

È più facile vendere un pacchetto “guardo i tuoi registri akashici e ti sciolgo tutti i blocchi” oppure “tecnica veloce per manifestare subito la ricchezza”, rispetto a: “Devi muovere il culo e lavorare ogni giorno su di te”.

Secondo te, chi guadagna di più?

Il potere deve tornare a te. Non va dato all’operatore, al maestro, al terapeuta, al santo, all’angelo, a Gesù Cristo, alla persona che “sa”.

A te.

Ovviamente il potere contiene anche una responsabilità. Quella di guardare, di scegliere, di dire basta, di cambiare in modo concreto, di lasciare le vecchie strategie di sopravvivenza, di continuare a lavorare anche quando nessuno ti sta tenendo per mano.

A volte la prima manifestazione di quel potere è minuscola.

È riuscire finalmente a raccontare cosa ti sta succedendo.

È fermarti e chiederti: dove sono, oggi?

Cosa mi sta facendo male?

Cosa non voglio più vivere?

Sono veramente disposto a cambiare qualcosa?

Non devi conoscere già tutte le risposte. Se le conoscessi, probabilmente non avresti bisogno di chiedere aiuto. Ma devi almeno iniziare a esserci.

Puoi urlare “salvatemi” con tutta la voce che hai. Puoi trovare cento persone disposte a prenderti in braccio. Puoi spendere migliaia di euro cercando qualcuno che aggiusti la tua vita. Ma finché continui a consegnare fuori da te la responsabilità e il potere della tua esistenza, continuerai a cercare salvatori. E continuerai ad averne bisogno.

Il vero lavoro comincia quando, magari ancora tremando, dici: “Non so ancora come uscirne, ma questa è la mia vita e da oggi torno presente”.


Lorena Laurenti

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