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432 HERTZ, MA PRESENZA UN CAZZO

2 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Ultimamente c’è una nuova domanda che sembra essere diventata fondamentale per la sopravvivenza spirituale dell’essere umano: “Ma questa meditazione a che frequenza è?”

432 Hz? 440 Hz? 528 Hz?

Frequenza dell’amore? Frequenza della guarigione? Frequenza che ripara il DNA, riallinea i chakra, sistema il karma e possibilmente porta fuori anche l’umido il lunedì sera?

Non lo so e, soprattutto, non è di questo che voglio parlare.

Non mi reputo un’esperta di acustica, ma per esperienza diretta, visto che lavoro con il suono da anni, vedo i cambiamenti che certe frequenze innescano nell’energia delle persone.

Esistono studi sugli effetti del suono e delle diverse caratteristiche acustiche sull’organismo, ma la questione è molto più complessa di “432 bene, 440 male”.

Quello su cui vorrei soffermarmi, invece, è ciò che sto osservando nel campo collettivo: la mente spirituale ha trovato l’ennesimo compitino da fare.

Siamo bravissimi a farlo. Ci danno una procedura e subito sappiamo cosa fare per essere spirituali nel modo corretto.

Metti la traccia giusta. Accendila alla frequenza giusta. Usa le cuffie giuste. Respira nel modo giusto. Siediti nel modo giusto. Ripeti la frase giusta. Ascolta per ventuno giorni. Possibilmente alle 5:55 del mattino, perché l’Universo timbra il cartellino.

Abbiamo fatto tutto, peccato che mentre parte la frequenza cosmica di guarigione a 432 Hz noi siamo lì che pensiamo: devo comprare il detersivo. Ho risposto a quella mail? Che cazzo mangio stasera? Forse all’Esselunga c’è ancora il tonno in offerta.

Ma tranquilli. La traccia è a 432 Hz.

Presenza un cazzo.


Lo strumento può aiutarti. Non può esserci al posto tuo.

Questo per me è uno dei problemi più interessanti della spiritualità contemporanea: continuiamo a cercare strumenti che facciano qualcosa su di noi, mentre noi possiamo essere tranquilli da un’altra parte.

La frequenza deve elevarci. Il cristallo deve proteggerci. La meditazione deve ripulirci. La tecnica deve sbloccarci. Il trattamento deve guarirci. Il mantra deve cambiare la nostra vibrazione. Noi, possibilmente, vorremmo limitarci a premere PLAY.

Sia chiaro: io utilizzo strumenti. Utilizzo il suono. Utilizzo meditazioni guidate. Utilizzo tecniche energetiche. Utilizzo il tamburo. Ecco, proprio il tamburo durante l’ultimo ritiro che ho condotto una settimana fa, mi ha regalato un esempio quasi perfetto di quello che sto cercando di dire.

Ho utilizzato parecchio il mio tamburo durante quei giorni. Si tratta di quello che qualcuno chiamerebbe un tamburo sciamanico, un tamburo sacro. Benissimo.

Durante alcuni lavori l’ho utilizzato con un’intenzione estremamente precisa. Nel mio modo di lavorare con l’energia, il tamburo diventa uno strumento attraverso il quale indirizzo il lavoro che sto facendo. Cambio il ritmo. Cambio il modo in cui lo utilizzo. Cambio ciò che sto facendo attraverso di lui e, durante i lavori di gruppo, posso osservare quello che accade mentre lo utilizzo e modificare il mio intervento di conseguenza.

Qualche ora dopo ho preso lo stesso identico tamburo e ci abbiamo cantato: “Per il vento, per la valle, per i maschi con le palle!”

Con successive amenità spiritualmente elevatissime che non troverete nei manuali tradizionali di sciamanesimo.

Quindi?

Il tamburo si è sconsacrato?

Ha perso improvvisamente la sua frequenza?

Gli spiriti guida hanno presentato le dimissioni?

Ma col cazzo. Perché il punto non è mai stato pensare che quell’oggetto possieda un pulsante incorporato con scritto “modalità sacra”. Il tamburo è uno strumento e sono io che lo utilizzo. Sono io che stabilisco con quale intenzione entro nel lavoro. Sono io che devo essere presente. Sono io che devo sapere che cosa sto facendo.

Nel mio lavoro energetico considero lo strumento anche un veicolo attraverso cui indirizzo la componente energetica del lavoro. Per questo lo stesso tamburo può accompagnare un intervento energetico molto profondo e, qualche ora dopo, una banda di donne nel bosco che urla: “Tremate stronzetti!”

Non è cambiato il tamburo. Sono cambiata io, il lavoro che stavo facendo e il modo in cui ero presente dentro quel lavoro.

Quando diciamo “frequenza”, almeno capiamo di cosa stiamo parlando, e qui nasce anche un’altra questione che trovo interessante. Nel linguaggio spirituale utilizziamo continuamente la parola “frequenza”. Frequenza alta. Frequenza bassa. Frequenza energetica. Alzare la frequenza. Ma quando parliamo di Hertz stiamo parlando di una grandezza fisica misurabile: cicli al secondo.

Quando invece io parlo della “frequenza” di una persona o della qualità energetica con cui entro in un lavoro, sto utilizzando quella parola all’interno di un altro modello e con un altro significato. Non ho bisogno di inventarmi che la mia intenzione vibra a 847,32 Hz quantici multidimensionali per darle maggiore dignità.

Se sto parlando di energia nel mio modello di lavoro, lo dico. Se sto parlando di acustica, misuriamo gli Hertz. Non mischiamo le due cose soltanto perché così sembra più scientifico. Perché altrimenti rischiamo di creare una spiritualità piena di numeri, termini scientifici e frequenze precisissime nella quale nessuno sa più esattamente che cazzo stiamo misurando.


La mente adora i compitini. Questa cosa l’ho osservata in maniera ancora più evidente proprio durante questo ultimo evento residenziale.

Puoi dare a una persona delle domande. Puoi darle una struttura. Puoi spiegarle l’esercizio, e quella persona può svolgerlo in maniera impeccabile.

Domanda uno: risposta.

Domanda due: risposta.

Domanda tre: risposta.

Domanda quattro: risposta.

Bravissima. Dieci e lode.

Adesso però dimmi: che cosa hai visto di te che prima non vedevi?

E lì qualche volta arriva il silenzio, perché la mente adora i compiti, li sa fare benissimo.

Anzi, può utilizzare persino un esercizio nato per portarti dentro di te come un sistema perfetto per non entrarci affatto.

Ho risposto alle domande. Ho seguito la meditazione. Ho respirato quando dovevo respirare. Ho visualizzato la luce. Ho ascoltato la traccia. Ho fatto ventuno giorni. Ho fatto tutto giusto.

Sì. Ma tu dov’eri?

La spiritualità è piena di modi meravigliosi per non lavorare su di sé. Lo trovo paradossale.

Una persona può passare anni a meditare senza incontrarsi mai davvero. Può conoscere tutte le frequenze. Può sapere quale chakra corrisponde a quale nota. Può avere quarzi in ogni stanza. Può aver fatto corsi, attivazioni, iniziazioni, respirazioni, regressioni e bagni sonori, e può continuare a reagire esattamente nello stesso modo ogni volta che qualcuno la contraddice.

È molto più semplice chiedere “qual è la frequenza migliore?” che chiedersi “dove sono io mentre faccio questa cosa?”

La prima domanda può avere una risposta tecnica. La seconda è molto più fastidiosa: potresti scoprire che non ci sei.


Ma quindi 432 Hz non serve a niente? Non ho detto questo e non mi interessa nemmeno dirlo. Magari alcune frequenze, alcune accordature o determinate caratteristiche del suono facilitano alcuni stati più di altre. Magari alcuni tipi di suono producono effetti fisiologici interessanti.

Studiamoli. Sperimentiamoli. Usiamoli, se ci fanno bene.

Il problema comincia quando trasformiamo una possibilità in una nuova religione e, soprattutto, quando attribuiamo allo strumento il lavoro che dovremmo fare noi. Perché a quel punto abbiamo solo sostituito un rituale con un altro.

Prima dovevi recitare la preghiera giusta. Adesso devi ascoltare la frequenza giusta.

Prima qualcuno ti diceva quali parole pronunciare per essere una brava persona. Adesso qualcuno ti dice a quanti Hertz devi ascoltare la musica per essere un essere umano correttamente evoluto.

È cambiato il linguaggio. Il meccanismo è rimasto esattamente lo stesso.


Puoi fare tutto giusto e non esserci.

Oppure puoi ascoltare una meditazione registrata male, con le cuffiette del supermercato, mentre fuori passa il camion dell’immondizia, ed essere del tutto presente a quello che sta accadendo dentro di te.

Quale delle due esperienze avrà lavorato di più?

Io una risposta ce l’ho e non è un numero seguito dalla scritta Hz.

Parlo di quello che può sostenerti, accompagnarti, facilitare tutto.

Preparati perché ti svelerò l’unico enorme segreto della spiritualità.

Sei tu.

Nessuna frequenza, nessuna musica, nessuno strumento può sostituire la tua presenza. E soprattutto non può sostituire te.

Quindi, la prossima volta che trovi una meditazione intitolata “432 Hz - frequenza di guarigione profonda”, prima di chiederti a quanti Hertz è accordata davvero, chiediti: “Io, mentre la ascolto, dove cazzo sono?”

Perché la base può anche essere accordata con l’Universo Quantico. Ma se nel frattempo stai pensando alla spesa all’Esselunga, resti comunque nel reparto “presenza un cazzo”.


Lorena Laurenti

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