Fammi risvegliare, ma non troppo!
- Lorena Laurenti

- 2 lug
- Tempo di lettura: 5 min

Probabilmente pensi di cercare una trasformazione profonda, ma in realtà stai cercando qualcuno che finalmente ti ascolti. Qualcuno a cui raccontare la tua storia senza sentirti sbagliato, sbagliata, esagerata, folle, troppo sensibile o troppo complicata. Qualcuno che capisca la tua lingua.
Qualcuno che ti dica: “Sì, ti credo. Sì, quello che hai sentito ha un senso. Sì, quello che hai vissuto esiste”.
Questo bisogno è umano ed è comprensibile. A volte è perfino necessario, ma non sempre è trasformazione.
Ci sono persone che arrivano da me perché hanno bisogno di raccontare.
“Anche io ho visto questa cosa.”
“Anche io ho sentito questa presenza.”
“Anche io ho avuto questa percezione.”
“Anche io ho capito questo meccanismo.”
“Finalmente posso parlarne con qualcuno che non mi prende per pazza.”
Altre arrivano perché cercano rassicurazione.
“Dimmi che andrà tutto bene.”
“Dimmi che dopo questa vita sarò al sicuro.”
“Dimmi che quello che desidero arriverà.”
“Dimmi che questa sofferenza ha un senso.”
“Dimmi che alla fine sarò salvato.”
Altre ancora vorrebbero davvero cambiare, ma solo fino al punto in cui la loro mente lo permette.
“Aiutami, ma nel modo che decido io.”
“Fammi vedere il blocco, ma non troppo.”
“Portami in profondità, ma senza farmi perdere il controllo.”
“Risolvimi questo problema, ma confermando la storia che io mi sono già raccontata.”
In tutti questi casi il bisogno è reale. Il dolore è reale. La ricerca è reale. Però, spesso, non è ancora la parte più profonda della persona a guidare.
È la mente.
La mente che cerca compensazione.
La mente che vuole essere ascoltata.
La mente che vuole essere rassicurata.
La mente che vuole capire prima, controllare prima, fare domande prima, definire prima, sapere prima.
La mente che, molto spesso, non sta cercando davvero la verità: sta cercando di proteggerci dalla verità. E lo fa benissimo.
Costruisce spiegazioni.
Costruisce identità.
Costruisce giustificazioni.
Costruisce narrazioni spirituali anche molto raffinate.
Ci fa credere di sapere chi siamo, di conoscere perfettamente i nostri blocchi, di aver già capito il nostro dolore, le nostre emozioni, le nostre ferite, il nostro percorso. A volte ci fa persino credere di essere molto avanti spiritualmente.
Una mente molto abile può trasformare anche la spiritualità in un sistema di controllo.
Può farci credere che stiamo andando in profondità, mentre in realtà stiamo solo girando intorno al nucleo. Può farci credere che siamo intuitivi, quando stiamo solo seguendo una paura molto ben mascherata. Può addirittura farci credere che “siamo fatti così”, quando in realtà ci siamo identificati con una strategia di sopravvivenza.
La mente non è il nemico, è uno strumento importantissimo, ma deve tornare al suo posto.
La mente deve servire. Non comandare.
Lo stesso accade nella meditazione.
Molte persone dicono: “Io non riesco a meditare perché ho troppi pensieri”.
Ma quei pensieri non sono sempre un ostacolo casuale, spesso sono proprio il primo strato da osservare.
Appena si crea un po’ di silenzio, la mente si agita: fa domande, solleva obiezioni, si distrae, si annoia, cerca un problema, cerca una spiegazione, cerca qualcosa da controllare.
“Lo sto facendo bene?”
“Quanto manca?”
“Non sento niente.”
“Questa meditazione non fa per me.”
“Forse dovrei fare altro.”
“Forse prima devo capire.”
“Forse devo chiedere.”
“Forse devo cercare un’altra tecnica.”
È proprio lì che il lavoro comincia.
Non quando la mente trova l’ennesima risposta, bensì quando inizi a vedere quanto spazio occupa.
Per questo tante persone iniziano percorsi di meditazione, pratiche, lavori energetici, programmi profondi, ma poi non riescono a restare costanti.
Non perché siano incapaci, ma perché appena il lavoro comincia a portarle sotto la superficie, la mente trova mille modi per riportarle altrove.
La mente protegge.
La mente evita.
La mente controlla.
Lo fa per non farci soffrire, per non farci vedere un trauma, per non farci toccare un dolore antico, per non farci entrare in una verità che, per anni, non siamo stati pronti a sostenere.
Proteggendoci da ciò che fa male, tuttavia, spesso ci protegge anche dalla trasformazione.
Nel lavoro energetico il mentale non è solo qualcosa che “disturba” interiormente, è anche uno dei principali punti di aggancio: paure, credenze, forme pensiero, identificazioni, narrazioni ripetute per anni… tutto questo crea strutture nel campo. E su quelle strutture possono agganciarsi energie disturbanti, interferenze, entità che continuano ad alimentarsi proprio attraverso il modo in cui la persona pensa, reagisce, si racconta e si identifica.
Una mente non osservata diventa una casa piena di porte aperte.
Ecco perché, nel mio metodo, una parte fondamentale del lavoro è iniziare a smantellare il dominio del mentale.
Non distruggere la mente.
Non spegnerla per sempre.
Non far finta che non serva.
Rimetterla al suo posto.
Perché fino a quando la mente comanda, tu puoi anche credere di stare facendo un lavoro profondo, invece stai solo lasciando che sia lei, e tutto quello che è agganciato lì, a decidere fino a dove puoi arrivare.
È anche per questo che, nella prima fase del mio lavoro, non faccio telefonate conoscitive, consulenze preliminari o videochiamate prima dell’Analisi Energetica.
Non è freddezza, non è distanza, non è mancanza di ascolto.
È una scelta precisa: non voglio entrare subito nel teatro della mente.
Non voglio farmi guidare dalla narrazione che la persona ha costruito su di sé.
Non voglio alimentare il bisogno di spiegare, controllare, anticipare, fare mille domande, ricevere rassicurazioni, definire tutto prima ancora di iniziare.
Il mio lavoro non è ascoltare per un’ora la mente che racconta sé stessa. Il mio lavoro è leggere il campo energetico della persona e individuare dove sono i blocchi reali, quali dinamiche si ripetono, quali strategie di sopravvivenza sono ancora attive, quali parti sono rimaste ferme, quali energie interferiscono, quali strutture vanno viste, sciolte, reintegrate o trasformate.
Le informazioni iniziali che chiedo servono come contesto, mi aiutano a collegare ciò che emerge dal campo alla vita concreta della persona, ma l’Analisi non nasce dalla storia che mi racconti.
Nasce da ciò che emerge sotto quella storia.
Perché una persona può raccontarmi una storia perfettamente coerente e avere il vero nodo da tutt’altra parte.
Può credere di essere bloccata per un motivo e scoprire che il blocco reale è molto più profondo.
Può pensare di aver già lavorato su un tema, e invece averne toccato solo la superficie.
Può credere di essere guidata dall’intuito, quando in realtà è ancora completamente governata dal mentale.
Per questo la prima fase del lavoro è costruita così.
Serve a interrompere, almeno per un momento, il bisogno continuo della mente di spiegare, controllare, difendersi, anticipare e giustificare.
Serve a creare uno spazio diverso, uno spazio in cui non sia la mente a guidare la lettura, in cui si possa finalmente vedere cosa si muove sotto.
Essere ascoltati è importante.
Essere rassicurati può dare sollievo.
Raccontarsi può far sentire meno soli.
Ma non sempre questo trasforma, spesso consola soltanto la parte che ha paura di scendere più in profondità.
Il mio compito non è confermare la storia che la tua mente ha costruito per sopravvivere.
Il mio compito è aiutarti a vedere cosa c’è sotto quella storia, perché è lì che inizia la trasformazione.
Non quando la mente trova finalmente qualcuno disposto ad ascoltarla per un’altra ora.
Ma quando smette, per un attimo, di occupare tutto lo spazio.
Lorena Laurenti
Vuoi iniziare a lavorare davvero, sotto la storia che la mente continua a raccontarti?
Vuoi iniziare ad allenarti a spegnere la mente senza scappare appena arriva il silenzio?


