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Another Self: bello il tema, incompleto il percorso

Ho finito di vedere tutte e tre le stagioni di Another Self e il mio voto finale è: 6+.

Non la boccio, perché sarebbe ingiusto. È una delle poche serie mainstream che porta davvero in scena il mondo olistico, le costellazioni familiari, le memorie transgenerazionali, il corpo che parla, i traumi ereditati, i legami invisibili tra generazioni. E questo, soprattutto nella prima stagione, è interessante. Anzi: per chi non conosce questi temi, può essere una porta d’ingresso importante.

Il problema è tutto il resto.

La serie mostra bene il fascino delle costellazioni, ma mostra anche tutti i limiti di un approccio che rischia di fermarsi lì: vedo il trauma, piango, capisco qualcosa, sciolgo un nodo… e poi nella vita quotidiana continuo a comportarmi come prima.

È soprattutto nella seconda stagione che questa cosa esplode.

Personaggi adulti, ma emotivamente infantili. Donne adulte che reagiscono come bambine ferite. Uomini disastrati. Relazioni senza comunicazione. Figli trattati come zavorre emotive. Reazioni immature, fughe, silenzi, drammi, tradimenti, pretese.

Tutti hanno visto qualcosa. Tutti hanno toccato un trauma. Tutti hanno avuto la loro scena intensa, però quasi nessuno applica davvero ciò che ha visto.

Un percorso spirituale non serve a nulla se resta confinato nella scena del lavoro.

Se faccio una costellazione e vedo il trauma con mia madre, mio padre, i nonni, i bisnonni, ma poi nella vita reale non osservo i miei pensieri, non controllo le mie reazioni, non guardo le mie fughe, non mi assumo responsabilità, non cambio il modo in cui tratto chi mi sta vicino, allora non ho integrato davvero nulla.

Ho fatto un’esperienza, non una trasformazione.

Uno dei punti più gravi della serie è proprio la genitorialità.

Si parla tantissimo di traumi ricevuti dai genitori, ma pochissimo della responsabilità di non trasmetterli ai figli. I personaggi vanno a sciogliere memorie familiari, dolori antichi, nodi con nonni e bisnonni, tuttavia nel presente continuano a far vivere ai propri figli un campo caotico, instabile, confuso, emotivamente pericoloso. Allora la domanda è: a cosa serve lavorare sul passato se poi non cambi il presente?

Il trauma transgenerazionale non si interrompe quando perdoni i tuoi genitori, si interrompe quando smetti di comportarti come loro con chi viene dopo di te. Questa consapevolezza, nella serie, manca quasi del tutto.

La protagonista dottoressa è l’esempio più chiaro: vuole aiutare gli altri, apre un centro, si mette a guidare percorsi, ma per gran parte della storia non ha ancora fatto davvero un lavoro serio su di sé. Va in cortocircuito, scappa, reagisce male, non comunica, non si osserva.

E qui la serie tocca, forse senza volerlo, un problema enorme del mondo spirituale: persone che vogliono aiutare gli altri prima di aver attraversato davvero se stesse.

Aiutare gli altri può diventare un modo molto elegante per non guardare il proprio buco.

Nella terza stagione qualcosa migliora. Finalmente si capisce che non basta un unico strumento. Che non esistono solo le costellazioni. Che serve un lavoro più ampio, più integrato, più quotidiano. La dottoressa inizia almeno a vedere alcuni dei propri disastri e a riparare, però il percorso resta molto semplificato. Mancano la meditazione quotidiana, l’introspezione vera, l’osservazione della mente, il lavoro energetico profondo, la pulizia del campo, il contatto reale con la propria essenza. Si parla molto di trauma familiare, ma molto poco di anima, presenza, coscienza, responsabilità concreta. Anzi, la stessa dottoressa, fino alla fine della terza stagione, conferma di non sapere cosa ci sia dopo la morte.

Ma come?

Fai l’operatrice olistica, apri un centro enorme, conduci lavori sul campo, sulle memorie, sui sistemi, sui morti, sugli antenati… e non hai nessun rapporto reale con ciò che esiste oltre il visibile?

Non hai un rapporto con la tua energia?

Con la tua anima?

Con il tuo campo?

Con la morte?

Con ciò che si muove oltre il corpo fisico?

Questo è il colmo, ma è anche uno spaccato molto preciso di tanti facilitatori di oggi.

Fanno un corso. Imparano un metodo. Apprendono frasi risolutive. Seguono i movimenti durante le costellazioni, ma non conoscono davvero tutto ciò che può influenzare silenziosamente un campo: parassiti, entità, patti, vincoli, interferenze, anime prese, distorsioni, forze non familiari che possono agire dentro un sistema.

Perché il campo non è solo famiglia. Il campo è molto più vasto. Molto più sporco. Molto più complesso. Molto meno romantico.

E se un metodo non contempla certi livelli, non significa che quei livelli non esistano. Significa solo che resteranno attivi anche dopo una bella scena emotiva.

Questo, paradossalmente, viene reso evidente proprio dalla serie: non perché lo mostri, ma perché non lo vede nemmeno.

Ed è il buco principale del metodo classico delle costellazioni familiari.

La ragione per cui, a differenza di quanto accade in Another Self, spesso le situazioni non sono semplici, lineari, ordinate, con la soluzione pronta sul tavolo e la frase giusta al momento giusto.

Nella realtà il campo è molto più stratificato di quanto insegnano a molti facilitatori, e ovviamente molto più complesso di quanto possa mostrare una serie televisiva.

La terza stagione ha momenti veramente discutibili anche a livello di trama: colpi di scena forzati, drammi accumulati, buchi logici, soluzioni troppo rapide, morti gestite in modo melodrammatico, riconciliazioni immediate, finali strappalacrime. Però, nonostante tutto, la serie ha un merito: apre una porta.

Mostra che il dolore non nasce sempre da noi, che il corpo parla, che nelle famiglie si trasmettono memorie, paure, destini, silenzi, che non ereditiamo solo ferite, ma anche risorse, gesti d’amore, forze, possibilità.

Questo è bello, ma resta una serie incompleta, così come lo stesso metodo è insegnato in modo incompleto. D’altronde, come ho sempre detto: il problema non è il metodo, è l’operatore. Se il facilitatore con è, almeno in parte, risolto, non può lavorare con altri. Se non sa qual è il suo reale stato energetico, non può gestire l’energia… e le costellazioni si basano su questo.

Concludendo, una serie interessante per chi non conosce nulla e vuole avvicinarsi a questi temi, ma molto limitata per chi lavora davvero con il campo.

Perché la guarigione non è vedere una scena del passato, piangere in una rappresentazione, dire una frase risolutiva, perdonare i genitori perché “ti hanno dato la vita”.

La guarigione vera si vede dopo: quando torni nella tua vita, ti osservi, cambi una reazione, smetti di scaricare sui figli ciò che non hai risolto, smetti di usare il trauma come alibi, porti ciò che hai visto nel corpo, nelle scelte, nelle relazioni, nei confini, nella responsabilità quotidiana.

Per questo il mio voto è 6+.

Per il coraggio dei temi, sì.

Per la profondità reale, molto meno.

Another Self è utile come porta d’ingresso, ma non è una mappa completa.

Forse è interessante proprio per questo: non solo per ciò che riesce a mostrare, ma per tutto ciò che ancora non riesce nemmeno a contemplare.


Lorena Laurenti

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