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IO AMO I SOLDI

10 set
Tempo di lettura: 4 min

Sì. Amo i soldi.

Metà del mondo spirituale ha avuto un piccolo mancamento. Perché i soldi, si sa, dovrebbero essere brutti, materiali, bassi. Se sei davvero evoluto dovresti desiderare soltanto pace interiore, connessione con l’Universo e possibilmente una casa senza riscaldamento, perché il distacco dalla materia fa curriculum.

Col cazzo. Io amo i soldi, ma con questa affermazione non intendo dire che amo le banconote e le stipo in cassaforte, né che mi interessa accumulare numeri sul conto soltanto per guardarli crescere. Non credo nemmeno che il denaro sia un oggetto neutro: attorno ai soldi abbiamo costruito quantità impressionanti di convinzioni, paure, desideri, giudizi, forme pensiero, egregore.

Quello che amo davvero è la possibilità di vita che il denaro mi dà.

Amo poter pagare una bolletta senza dover prima controllare se pagando quella riuscirò a pagarne un’altra. Amo poter entrare in un ristorante e ordinare quello che desidero invece di scegliere in base ai tre euro di differenza. Amo poter fare un viaggio. Amo poter comprare una cosa bella per la casa. Amo poter partecipare a un corso che mi interessa senza passare due settimane a convincermi che forse non me lo merito. Amo fare regali, investire in un progetto, prendermi cura di me. E amo poter mettere anche qualcosa da parte, certo. Non perché debba costruirmi un bunker economico nel quale barricarmi aspettando la prossima catastrofe, ma perché anche avere una riserva significa avere libertà.

Questa per me è abbondanza.

Non significa per forza avere uno yacht, tre Ferrari e un domestico che lucida il Chihuahua. Significa avere abbastanza da vivere senza che il denaro occupi costantemente lo spazio mentale della paura.

È proprio qui che, secondo me, cominciano i problemi di moltissime persone. Tanti dicono di desiderare abbondanza, ma allo stesso tempo vivono dentro una struttura interiore che ripete:

Non basta.

Non si sa mai.

Meglio non spendere.

Non posso.

Non me lo posso permettere.

Non è per me.

Prima devo essere sicuro.

Non sto parlando di quando sul conto mancano realmente i soldi per pagare qualcosa. Quella è una difficoltà concreta e stratificata che non si risolve scrivendo “ABBONDANZA” su un Post-it.

Sto parlando di una modalità interiore: puoi avere duecento euro sul conto oppure cinquantamila e vivere comunque nella stessa contrazione.

Ci sono persone che, anche quando potrebbero concedersi qualcosa, entrano immediatamente nel: “Sì, ma se poi succede qualcosa?”

Quel “se poi” può diventare una prigione per tutta la vita.

Non compro questo perché non si sa mai.

Non faccio quel viaggio perché non si sa mai.

Non investo in quella formazione perché non si sa mai.

Non provo quel progetto perché potrei perdere soldi.

Non cambio lavoro perché almeno questo è sicuro.

Alla fine hai passato vent’anni a proteggere la tua vita dal rischio di viverla.

Per come lavoro e per ciò che osservo energeticamente, la mancanza non riguarda soltanto il denaro. Dietro spesso trovo altro.

Non valgo abbastanza.

Non merito.

Non sono capace.

Le cose belle sono per gli altri.

Per avere bisogna faticare.

I soldi si guadagnano soffrendo.

Chi ha tanto ha sicuramente tolto qualcosa a qualcuno.

Se sto troppo bene prima o poi succederà qualcosa.

I ricchi sono brutte persone.

Alcune nascono da noi, altre arrivano dalla famiglia.

“Metti via.”

“Non buttare i soldi.”

“Bisogna avere il gruzzoletto.”

“Non si sa mai cosa succede.”

Altre ancora appartengono al contesto sociale nel quale siamo cresciuti. In Italia, per esempio, esiste una fortissima cultura della sicurezza materiale, della casa di proprietà, del risparmio come protezione dal futuro. Non che sia per forza sbagliata, però diventa una gabbia quando la prudenza smette di essere una scelta e diventa paura permanente.

Esistono anche bagagli più antichi: genealogici, energetici, appartenenti ad altre esperienze e ad altre vite.

Alla fine ci troviamo immersi in un campo che continua a ripeterci “trattieni”, eppure vorremmo vivere nel flusso.

C’è qualcosa che non torna.

Il flusso non significa spendere irresponsabilmente tutto quello che hai e aspettare che l’Universo ti faccia un bonifico entro martedì. Significa smettere di considerare ogni uscita come una perdita.

Il denaro entra. Il denaro esce.

Attraverso quel movimento produce qualcosa: una casa, un viaggio, conoscenza, tempo, bellezza, cura, esperienze, possibilità.

Forse la domanda interessante non è: “Posso permettermelo?” Almeno non come prima domanda.

Ogni tanto potremmo provare a chiederci: “E se invece scegliessi di concedermelo?”

Quell’“e se” è importante proprio perché non obbliga. Apre uno spiraglio.

Immagina qualcosa che desideri da tempo. Un viaggio, un corso, un’esperienza, qualcosa che senti potrebbe davvero arricchirti.

E prova a dirti: “E se questa volta decidessi che me lo merito?”

Poi non fare niente. Ascolta.

Dove senti la risposta?

La pancia si contrae?

Il petto si chiude?

Arriva subito una voce che dice che sei irresponsabile?

Ti viene in mente tuo padre? Tua madre?

Una paura?

Una catastrofe futura che non si è ancora verificata?

È lì che comincia il lavoro. Dire “non posso” è facilissimo. È una porta chiusa, non devi più guardare niente.

Molto più difficile è domandarsi: “Che cosa accadrebbe dentro di me se potessi?”

E ancora: “Chi diventerei se smettessi di vivere aspettando continuamente che qualcosa vada storto?”

Non credo che l’abbondanza consista nell’avere tutto. Credo inizi nell’istante in cui smettiamo di vivere come se fossimo sempre sul punto di perdere tutto.

Sì, continuo ad amare i soldi. Perché amo quello che possono permettermi di vivere.


Lorena Laurenti

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