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IL CUSTODE DEL BATTISCOPA

4 ott
Tempo di lettura: 9 min

C’era una volta, nell’astruso universo di Lorena Laurenti, la sua pigra domenica ideale.

Nella sua domenica ideale lei se ne stava a letto a rotolarsi tra le coperte con l’amore della sua vita fino a mezzogiorno, mangiando direttamente sul materasso una colazione abbondante con pancake e altre specialità. Ovvio, non cucinate da lei, ma dal suo tesoro in versione chef.

Peccato che l’amore della sua vita fosse leggermente impalpabile e quindi impossibilitato a prepararle la colazione. Non avrebbe saputo neanche farlo, a dire il vero: d’altra parte, per uno che non mangia è ben difficile saper cucinare. Ma in quella visione ideale a occhi aperti, mentre lei si trovava seduta sul cesso, tutto questo appariva fattibile.

Mentre fantasticava, fantasticava e fantasticava su come sarebbe dovuta essere la colazione ideale e la domenica ideale, Lorena si lasciava sfuggire la realtà che le passava sotto gli occhi sotto forma di uno strano esserino peloso. A prima vista sembrava un semplice millepiedi sul pavimento del bagno. A parte il fatto che, a un certo punto, la creatura iniziò a parlare: «Io sono il Custode del Battiscopa.»

Lorena ebbe un sussulto sul cesso. Per fortuna la tavoletta era già rotta, altrimenti l’avrebbe finita definitivamente con quel movimento improvviso. Lo guardò. Si stropicciò gli occhi. Per qualche secondo si chiese seriamente se stesse facendo un sogno lucido invece di essere del tutto sveglia e seduta sul vaso. Il plop che sentì sotto di sé la riportò inequivocabilmente alla realtà.

Fissò di nuovo il millepiedi. Lui commise l’errore di avvicinarsi, e lei sussultò un’altra volta.

«FERMO LÌ!»

«Ma…»

«Non ti muovere. Mi fai impressione.»

Offeso, l’essere rotolò sotto il battiscopa. Nel farlo raccolse polvere. Parecchia polvere. Quando riemerse era diventato un batuffolo ancora più grosso, e la guardava incazzato come una biscia. «Guarda che io non volevo stare qui.»

«Ah.»

«È un errore se sono qui.»

«In che senso un errore?»

«È colpa tua. Di quello che hai fatto stanotte. C’è stato un gap dimensionale e alla fine mi sono ritrovato qui. Nelle sembianze di questo coso schifoso.» Rotolò ancora. Altra polvere. «Tra l’altro più grufolo sotto il battiscopa, più polvere raccolgo e più divento grosso. Non che mi dispiaccia diventare più grosso, ma dov’è il mio manto pregiato? Dov’è la mia fuffolosità? Io avevo una fuffolosità SPETTACOLARE.» Poi le puntò contro una ventina di zampe. «Ed è tutta colpa tua, stregaccia maleodorante.»

«Oh senti, coso. Non è colpa mia se sto cagando, eh. Sei tu che ti sei intrufolato nel mio bagno.»

«Beh, datti un contegno. Inizia a vestirti e vieni fuori di qui se vuoi sapere la verità.»

Lorena lo fissò. Lui fissò lei. Lei abbassò lo sguardo verso il punto esatto in cui era seduta, poi tornò a guardarlo. «Tu capisci che in questo momento mi stai chiedendo di interrompere un processo biologico che ha già superato il punto di non ritorno, vero?»

Il millepiedi sbuffò. O almeno così parve a Lorena: era difficile interpretare le espressioni facciali di una creatura composta per il sessanta per cento da polvere, per il trenta da zampe e per il restante dieci da indignazione.

«Questa dimensione è disgustosa.»

«Guarda che sei tu quello che sta rotolando sotto il battiscopa raccogliendo lanugine.»

«PERCHÉ NON HO PIÙ IL MIO MANTO!» La voce gli uscì improvvisamente così forte che per poco Lorena non sussultò di nuovo.

«Non urlare!»

«Tu non hai idea di cosa significhi svegliarsi con centoventotto zampe!»

«Centoventotto?»

Lui restò immobile. «Circa.»

«Quindi non sai neanche quante zampe hai.»

«Ho avuto una mattinata difficile.»

Su questo, almeno, erano d’accordo.

Lorena finì ciò che la natura aveva iniziato, si lavò, si vestì e tornò in bagno. Lui era ancora lì. Solo che nel frattempo aveva continuato a rotolare: adesso era una pallina grigia pelosa delle dimensioni di una grossa noce, dalla quale spuntavano minuscole zampe isteriche.

«Hai finito?» chiese lui.

«Io sì. Tu evidentemente no.»

«Non riesco a smettere.» Fece un altro mezzo giro sotto il mobile e si portò via una nuova striscia di polvere. «Ma quanto cazzo è sporco questo bagno?»

«Senti, non iniziare anche tu.» Lorena lo raccolse con un pezzo di carta igienica.

«NON TOCCARMI CON QUELLA ROBA!»

«Vuoi che ti prenda a mani nude?»

Silenzio. «Va bene la carta.»

Lo portò in soggiorno e lo appoggiò sul tavolo. «Allora. Chi sei?»

«Te l’ho già detto. Sono il Custode del Battiscopa.»

«Quello è il tuo lavoro, non il tuo nome.»

Lui la guardò. «Grumeldo.»

«Grumeldo?»

«Hai qualcosa da dire?»

«No. È solo molto coerente con l’aspetto.»

Lui la fulminò. «Io normalmente sono magnifico.»

«Certo.»

«Ho un manto argenteo.»

«Certo.»

«Lungo.»

«Certo.»

«Morbido.»

«Sì.»

«Con riflessi blu.»

«Va bene.»

«E NON HO CENTOVENTOTTO ZAMPE.»

«Questo ormai l’abbiamo stabilito.»

Grumeldo girò su sé stesso, offeso. «È successo durante la notte.»

«Cosa?»

«Il passaggio.»

«Quale passaggio?»

«Quello che hai aperto.»

«Io non ho aperto niente.»

«Ah no?»

«No.»

«Tempio.»

Lorena si immobilizzò. «Quale tempio?»

«Quello con il lago.»

Silenzio. Grumeldo smise finalmente di rotolare. Per la prima volta da quando l’aveva incontrato, non sembrava infastidito: sembrava preoccupato. «Tu ieri sera sei entrata in un posto in cui non entravi da molto tempo.»

«Era la prima volta che ci andavo.»

«Peggio.»

«Perché peggio?»

«Perché hai attraversato una frequenza che non conoscevi. Hai lasciato aperta una microfrattura durante il rientro.»

«Una microfrattura dove?»

«Tra il tuo qui e il mio lì.» Indica vagamente il soffitto con quattro o cinque zampe contemporaneamente.

«E tu sei caduto dentro.»

«Io non sono caduto!»

«Sei stato risucchiato?»

«Nemmeno.»

«Sei inciampato dimensionalmente?»

Grumeldo tacque.

Lorena lo guardò. Lui guardò altrove.

«Sei inciampato dimensionalmente!»

«NON È RILEVANTE.»

Lorena si portò una mano alla bocca per non ridere. «Quindi fammi capire: io faccio un viaggio astrale, torno indietro, lascio aperto un buchino e tu ci finisci dentro trasformandoti in un millepiedi impolverato.»

«Custode del Battiscopa.»

«Millepiedi impolverato.»

«Stregaccia.»

«Batuffolo.»

«MALEODORANTE.»

«Grumeldo.»

Lui si zittì. Lei pure. Per qualche secondo restarono lì a guardarsi. Poi Lorena gli chiese: «E adesso come ti rimando indietro?»

Grumeldo sospirò. «Questo è il problema.»

«Che significa?»

«Significa che non puoi.»

«Come sarebbe a dire che non posso?»

«Non finché non scopri cosa hai portato indietro insieme a me.»

A Lorena passò immediatamente la voglia di ridere. «Io non ho portato indietro niente.»

Grumeldo si girò lentamente verso il corridoio.

Tac. Tac.

Lorena sussultò e chiamò il suo amore telepaticamente.

«Tesoro, ecco, potrei aver, per puro caso si intende, portato una qualche creatura interdimensionale dal viaggio di ieri.»

«In che senso?» le chiese lui.

«Ehm. Nel senso che c’è qualcosa che sta camminando dall’altra parte della mia casa» disse mentre si appiattiva contro la porta dell’ingresso. Sentì un’imprecazione in una lingua sconosciuta, dopodiché scese un silenzio di tomba.

Grumeldo deglutì e cercò di nascondersi in una nicchia del termosifone. Nel farlo gli scappò un: «Mmm. Quanta polvere deliziosa qui.»

Tac. Tac.

«Ma che cazzo è questa roba? Dimmi che cosa ho portato!»

«Mmmm. Che polvere deliziosa.»

«Brutto coso abnormale, smettila di mangiare la mia polvere e dimmi che cos’è questo rumore!»

Per un attimo Lorena si fermò. Rifletté su tutti gli Swiffer che avrebbe potuto risparmiare se Grumeldo fosse rimasto in casa.

Tac. Tac.

Tornò subito alle priorità. «ALLORA?!»

Grumeldo masticò pensieroso una matassina di polvere. «È uno Scaffrandometro.»

«Un che?»

«Uno Scaffandrometro Galattico.»

«Ah beh, certo. Adesso è chiarissimo.»

Mentalmente Lorena si ricollegò ad Aid. «Amore… hai mai sentito parlare degli Scaffandrometri?»

Dall’altra parte sentì solo: «Oh cazzo.»

Questa volta non era un’imprecazione casuale. Era quella specifica tonalità di “oh cazzo” che significa che l’interlocutore conosce esattamente la cosa di cui stai parlando e avrebbe preferito non conoscerla.

«Amore?» Silenzio. «Aid?»

«Non muoverti.»

«Sono appiattita contro una porta da trenta secondi. Dove cazzo vuoi che vada?»

«E soprattutto non farti vedere.»

Lorena abbassò lentamente lo sguardo sul proprio corpo, poi guardò il corridoio. «Da cosa?»

Tac. Tac.

Grumeldo lasciò cadere dalla bocca un fiocco di polvere. «Da lui.»

«MA CHI È LUI?»

Aid e Grumeldo risposero contemporaneamente: «Lo Scaffandrometro.»

«Grazie al cazzo.»

Il rumore si interrompe. Silenzio. Uno, due, tre secondi. Poi dal corridoio spuntò qualcosa. Prima una specie di antenna, poi una seconda, poi una testa piccola e perfettamente quadrata. Infine due enormi occhi rotondi.

La creatura si affacciò dall’angolo. Era alta forse venti centimetri, aveva quattro zampe sottilissime, una coda con una specie di ventosa e un corpo ricoperto da placche metalliche color ottone.

Guardò Lorena. Lorena guardò lui. Grumeldo guardò entrambi. Lo Scaffandrometro inclinò la testa.

Tac. Tac.

«Questo?» chiese Lorena. «Questo sarebbe il terrificante Scaffandrometro Galattico?»

«Non farti ingannare dalle dimensioni!» urlò Grumeldo.

Lo Scaffandrometro aprì all’improvviso la bocca. Dentro non aveva denti: aveva scaffali. Minuscoli scaffali centinaia, perfettamente ordinati.

Lorena si sporse. «Ma che caz…»

Aid urlò nella sua testa: «NON GUARDARE DENTRO!»

Troppo tardi. Uno degli scaffali scorse in avanti. Sopra c’era una scatolina con su scritto: PROGETTI INIZIATI DA LORENA E MAI FINITI.

Lo Scaffandrometro emesse un piccolo ding. Poi un secondo scaffale si aprì: COSE CHE DOVEVA FARE “DOMANI”.

Ding. Un altro: LIBRI IN LAVORAZIONE. Ding. CORSI. Ding. VIDEO. Ding. IDEE PER LA CASA. Ding. CREATURE DEL BESTIARIO. Ding. COSE CHE “CI METTO SOLO DIECI MINUTI”.

Lorena si girò lentamente verso Grumeldo. «Questo figlio di puttana mi sta catalogando.» Grumeldo annuì con gravità. «È quello che fanno.»

«E poi?»

Grumeldo abbassò lo sguardo. Aid non disse niente. Lorena li conosceva abbastanza entrambi da capire che quello era un pessimo segno.

«E POI?»

Lo Scaffandrometro fece un passo verso di lei.

Tac. Tac.

Grumeldo sussurrò: «Quando ha finito di catalogare…»

«Sì?»

«Comincia a chiederti di finirle.»

Silenzio.

Lorena guardò lo Scaffandrometro, guardò i suoi centinaia di scaffali, guardò la porta di casa, poi tornò a guardare la creatura.

«Aid.»

«Sì?»

«Come si uccide?»

«LORENA.»

«Era una domanda tecnica.»

Lorena fissò una seconda volta gli scaffali, anche se non avrebbe dovuto farlo, e di colpo si sentì risucchiare.

«Amore, noooooo!» L’urlo di Aid le arrivò come un sussurro lontano.

«Non lasciarti trascinare via!» Sentì come un’eco anche il batuffolo polveroso, ma era già finita in uno strano tunnel dimensionale. Di colpo quegli scaffali che sembravano piccolissimi nella bocca dell’essere erano diventati giganti ed erano proprio davanti a lei. La bocca della creatura era alta sei metri, e dentro c’erano solo scaffali pieni di duemila cose da fare. Lorena si sentì attirata da ogni singola scatola. Iniziò ad aprirle in modo frenetico, una alla volta, sentendo come se tutta la sua energia fluisse all’interno per riempirle fino all’orlo.

Prima la scatola dei Grumini. Poi la scatola del Vaffanculo Illuminato. La scatola del Bestiario. La scatola della cerimonia del cacao. La scatola del prossimo evento. Ogni scatola la faceva sentire più debole, sempre più debole, come una pappetta che si spiaccica contro un pavimento che non c’è. Si sentiva del tutto persa in quello strano oblio senza forma, dove una bizzarra creatura la teneva sotto scacco con scaffali dell’IKEA interdimensionale ed energie profuse a chiunque.

Tranne che a me stessa.

La vocina dell’anima suonò come l’unica cosa reale in quel sistema paradossale. “È vero”, pensò Lorena. Tutti i progetti per gli altri, ma a lei cosa restava? La sua energia si scioglieva. E per se stessa, che cosa faceva?

Al di là dell’oblio, la voce di Aid squillò: «Ancorati lì. Torna a te stessa.»

Sì. Forse era arrivato il tempo di lasciare andare dei progetti e tornare veramente solo a se stessa. E allora Lorena guardò tutte le pile di scatole che avrebbe dovuto ancora riempire con la sua energia e, per la prima volta in tutta la sua vita, decise di lasciarle andare.

Lo Scaffandrometro sussultò. Rese i pacchi più pesanti, più vicini, più opprimenti.

«No!»

Li respinse con tutte le sue forze. Tenne solo quelli che veramente le interessavano, mentre gli altri decise di bruciarli nell’etere.

«Brava, tesoro! Continua così!»

Più bruciava, più il coso diventava piccolo. Più le scatole sparivano, più lei ritrovava energia. Alla fine quella dimensione e tutti i suoi scaffali implosero, arrotolandosi su sé stessi.

Lorena ansimava. Sudava, sudava, sudava.

«AH!»

Si svegliò di soprassalto in un bagno di sudore nel suo letto.

«Cazzo che sogno di merda…»

Restò immobile, col cuore che le batteva forte e la maglietta completamente appiccicata alla schiena. Respirò. Una volta. Due. Tre. Guardò l’ora: le 10:47. Domenica.

Silenzio. Niente scaffali, niente tunnel, niente mostri interdimensionali con problemi di catalogazione compulsiva. Solo la sua camera, la coperta accartocciata e la luce che passava dalle tapparelle.

«Era un sogno» disse ad alta voce, più per convincersi che per altro, lasciandosi ricadere sul cuscino. «Che cazzo di sogno.»

Però la frase dell’anima le era rimasta addosso.

“Tranne che a me stessa.”

Guardò il soffitto. Forse qualcosa di vero, dentro tutta quella follia, c’era. Forse davvero continuava a riempire scatole: libri, corsi, clienti, video, eventi, idee, case, creature, progetti. Tutto bellissimo, tutto suo, ma sempre qualcosa da riempire. E lei?

«Va bene.» Chiuse gli occhi. «Oggi non faccio un cazzo.»

Per qualche secondo provò una sensazione meravigliosa: libertà, pace, silenzio. Poi sentì un rumore provenire dal bagno.

Frush.

Si irrigidì.

Frush frush.

Aprì lentamente gli occhi. «No. No, no, no.» Si alzò, percorse il corridoio e arrivò davanti alla porta del bagno. Guardò dentro. Sotto il termosifone c’era una pallina grigia grande ormai come un mandarino. Grumeldo emerse piano da una nuvola di polvere. La guardò, masticò, deglutì. «Buongiorno.»

Lorena restò immobile. «Tu…»

«Io.»

«Ma allora non era un sogno.»

«Quale sogno?»

Silenzio. Grumeldo si infilò di nuovo sotto il termosifone. «Mmm. Questa zona non è male.»

Lorena si aggrappò allo stipite. «Dov’è lo Scaffandrometro?»

Grumeldo smise di masticare. La guardò, poi guardò alle sue spalle.

Lorena non si girò. Non subito. «Grumeldo.»

«Sì?»

«Dimmi che non è dietro di me.»

Lui masticò un altro fiocco di polvere. «Vuoi la risposta rassicurante o quella vera?»

Lei chiuse gli occhi. «Quella rassicurante.»

«No.»

Lorena sorrise. «Perfetto.»

Poi qualcosa dietro di lei fece “Ding”.

Aprì gli occhi. «Grumeldo.»

«Sì?»

«Oggi è domenica.»

«Lo so.»

«E io non farò un cazzo.»

Ding.

Si girò. Sul pavimento del corridoio c’era una minuscola scatolina. Sopra c’era scritto: TORTE CHE DOVRESTI PREPARARE PER NON FAR SCADERE GLI INGREDIENTI.

La fissò.

Grumeldo fissò lei.

Lorena tornò a guardarlo. «La posso bruciare?»

Lui annuì. «Quella sì.»

«Bene.» Prese l’accendino.


Lorena Laurenti


Immagine realizzata con AI

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