IL NONNO CUSTODE
- Lorena Laurenti

- 3 ago
- Tempo di lettura: 6 min
Mio nonno non era davvero mio nonno. Almeno non di sangue.
Era l’uomo che mia nonna sposò dopo, quando io ero già nata. Il padre biologico di mio padre è sempre rimasto un segreto chiuso dentro la storia di mia nonna, una di quelle cose che nelle famiglie di una volta non si dicevano, non si spiegavano, si seppellivano e basta.
Lei era giovanissima, troppo giovane, e quando penso a quel silenzio, oggi, credo che dietro non ci fosse una scelta libera, ma qualcosa di molto più doloroso.
Poi, molti anni dopo, arrivò lui.
Da come me lo hanno sempre raccontato, non era esattamente il principe azzurro. Era uno di quegli uomini di paese che andavano al bar, giocavano a carte, bevevano con gli amici, combinavano poco e sembravano poco affidabili. Mia nonna, infatti, all’inizio non lo voleva. Nel tempo forse si è vista sola o forse si è detta che in qualche modo bisognava sistemarsi, e alla fine lo ha sposato.
Lui aveva visto nella nonna una casa e anche la ferita che lei stessa non voleva guardare. Una presenza maschile semplice ma affidabile.
Eppure quell’uomo, che sulla carta poteva sembrare poco, per me è stato moltissimo.
Era un uomo genuino, con le sue fissazioni. Teneva alla macchina come se fosse un membro della famiglia. La puliva, la controllava, si accertava che nessuno la toccasse. Quando andavamo in vacanza, voleva la finestra sul parcheggio, così poteva tenerla d’occhio.
Dentro quella macchina c’era sempre l’odore dell’Arbre Magique, uno di quei profumi terrificanti di una volta, quando i gusti disponibili sembravano creati apposta per distruggere lo stomaco dei bambini. A me faceva venire il mal d’auto, ma per lui evidentemente era profumo di ordine, controllo e automobile rispettabile.
Ci teneva anche ai suoi programmi in televisione. Quando andavamo in montagna per quindici giorni si portava dietro la televisione da casa. Non una televisione piatta, leggera, moderna. No, una di quelle bestie enormi di una volta, con il tubo catodico, che pesavano quanto un parente morto. Gli bastava sintonizzare la Rai e il mondo tornava al suo posto.
Aveva le sue abitudini, le sue cose, i suoi riti.
C’erano sempre le caramelle alla menta e ne mangiava una quantità imbarazzante. Poi, però, per compensare gli zuccheri metteva il Dietor nel caffè, perché evidentemente la matematica glicemica dell’epoca funzionava così.
Continuava ad andare a giocare a carte con gli amici all’Acli, anche quando la salute non gli permetteva più grandi concessioni. Caffè e acqua, perché altro non poteva prendere. Ma le carte sì, quelle restavano.
A Natale, nei pranzi di famiglia, c’era il grande partitone a Scala Quaranta. Una cosa che, vista da fuori, poteva sembrare un gioco. In realtà era una guerra psicologica con il coltello tra i denti. Grazie a lui ho imparato a giocare bene.
Eppure, dietro tutte queste immagini buffe e normalissime, c’era una presenza enorme.
Lui non era uno di quei nonni affettuosi che ti abbracciano, ti baciano sulle guance, ti dicono mille parole dolci. Non lo era lui e non lo sono mai stata nemmeno io. Ma se avevo bisogno di qualcosa, c’era. Sempre.
Si accertava che io avessi la merenda. Mi dava i soldi per il gelato, e possibilmente abbastanza da poterlo offrire anche alle amichette, perché i soldi per il gelato bisognava averli sempre dietro. Mi veniva a prendere quando pioveva, perché io andavo a scuola in bicicletta e mia madre non aveva la macchina. Quando alle medie ero stata presa di mira dai bulli, lui veniva fino nel cortile a prendermi. In un’occasione li ha anche scacciati in malo modo, perché mi stavano facendo male.
In pratica, era il papà che non avevo.
Mio padre lavorava, non aveva tempo, e non ha mai nemmeno capito davvero come si facesse il padre. Mio nonno, invece, senza grandi discorsi, senza frasi da film, senza dichiarazioni emotive, faceva una cosa molto semplice: c’era.
Mi ha anche assecondata nei miei hobby da adolescente. Quando mi sono appassionata alla creazione di video, mi ha regalato la mia prima videocamera. Quando il computer era ancora una cosa quasi mitologica, mi ha regalato il mio primo PC, con Windows 95 e un modem a 14K. Roba che oggi farebbe ridere, ma per me era un portale verso un mondo intero.
Lui forse non lo sapeva, ma in quei regali non c’era solo un oggetto. C’era un permesso.
Il permesso di esplorare, di creare, di seguire qualcosa che mi chiamava, anche se non era utile, normale o previsto.
Poi c’era mia nonna.
Lui la amava tantissimo. Era l’amore della sua vita. Lei lo comandava a bacchetta: sembrava un gendarme con un sottoposto pronto a seguire gli ordini. Almeno in apparenza, perché poi, quando una cosa per lui contava davvero, prendeva il controllo totale.
Lo ricordo benissimo quando mio fratello si sposò nella sala dei Testimoni di Geova. In famiglia c’erano state molte tensioni per quella scelta religiosa. Mia nonna non voleva andare. Lui si impuntò e disse: “È tuo nipote, ovvio che ci andremo!”
E ci andò. Entrò in un luogo che non era il suo, seguì tutta la cerimonia e, quando arrivò il momento della preghiera, abbassò la testa anche lui.
Non lo fece perché era diventato Testimone di Geova. Lo fece perché rispettava gli altri.
Forse questa è una delle cose più spirituali che io gli abbia mai visto fare, anche se lui non l’avrebbe chiamata spiritualità.
Anni dopo, quando era molto malato, io avevo già iniziato i miei primi percorsi spirituali. Un giorno gli scrissi qualcosa, forse un aforisma, forse una riflessione sul risveglio, sulla morte, sul passaggio. Ero convinta che lui avesse paura di morire, perché durante la vita correva dal medico per qualunque cosa. Appena stava male, anche per qualcosa che a me sembrava minimo, cercava subito un parere, un controllo, una rassicurazione.
Io avevo costruito la mia idea su di lui.
Poi lui mi guardò e mi disse semplicemente: “Ma io non ho paura di morire”.
Avevo sbagliato tutto. Avevo confuso la paura del corpo con la paura dell’anima.
Avevo visto l’uomo che correva dal medico, l’uomo attaccato alle sue abitudini, alla macchina, alla televisione, alle carte, alle caramelle alla menta, e avevo pensato di sapere chi fosse. Invece dentro di lui c’era una parte molto più salda, molto più tranquilla, molto più antica di quanto io fossi riuscita a vedere.
L’ho ritrovato dopo la morte, lo scorso anno, quando ho iniziato a cercare dove fossero finiti i miei nonni.
L’ho sentito subito: la sua presenza era limpida, leggera, del tutto priva del peso o delle catene che spesso mantengono bloccate le persone anche dopo il passaggio. Aveva una forma diversa, eppure era inconfondibilmente lui. La stessa energia, lo stesso amore silenzioso negli occhi.
È stato bellissimo perché in qualche modo tutto tornava. L’uomo che da fuori poteva sembrare uno qualunque, lo spiantato del paese, il pensionato con l’Arbre Magique in macchina, la televisione portata in montagna e le caramelle alla menta, custodiva una presenza interiore più libera e pulita di tanti che in vita sembravano più corretti, più inseriti, più religiosi o rispettabili.
In alcuni momenti difficili, quando dovevo prendere decisioni importanti, l’ho chiamato ancora vicino. Lui è sempre arrivato, non con grandi apparizioni teatrali o con effetti speciali da angelo custode. Come faceva da vivo: presente.
Quando ieri gli ho parlato di questo post, ha risposto con il suo solito modo di fare, dicendomi che non c’è proprio niente di speciale in lui. Dice di aver vissuto una vita normale, ma è felice di averla vissuta anche con me.
Per lui essere mio nonno non era un ruolo minore solo perché non c’era sangue. Era solo una parte vera della sua vita. In una famiglia piena di silenzi, segreti e cose mai dette, lui aveva intuito più di quanto lasciasse intendere. Aveva capito che dietro la storia di mia nonna c’era una ferita antica. Non aveva bisogno di scavare nei dettagli: a chi ama davvero non serve conoscere ogni sfumatura del dolore per scegliere di non aggiungerne altro.
Questa è la differenza tra chi entra in una ferita per sfruttarla e chi entra in una vita per custodirla.
Nella storia di mia nonna c’era stato un uomo che aveva preso. Molti anni dopo è arrivato un uomo che ha scelto di restare e di custodire.
Oggi pensarlo mi commuove così tanto perché la vera evoluzione non fa rumore. Non ha diplomi, titoli, grandi missioni o parole luminose. A volte l’evoluzione è un uomo che ti viene a prendere quando piove. Che ti difende in cortile. Che ti dà i soldi per il gelato. Che entra in una sala religiosa che non gli appartiene e abbassa la testa per rispetto. Che intuisce una ferita e sceglie di non aggiungerne un’altra.
Non ho mai avuto un angelo custode, ma ho scoperto di avere un nonno custode.
Mio nonno non parlava mai di anima ma, senza saperlo, la lasciava vivere.
Lorena Laurenti


