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NON LAVORI SOLTANTO QUANDO STAI LAVORANDO

22 set
Tempo di lettura: 5 min

Sono tornata dopo un evento di tre giorni in montagna e, come spesso succede, credo di essere tornata con molte più cose di quelle con cui ero partita.

Non parlo soltanto di ciò che abbiamo fatto durante i lavori, parlo di quello che succede tra un’attività e l’altra. A tavola, durante una passeggiata, mentre aspetti qualcuno, quando una persona ti interrompe, quando qualcuno fa qualcosa che ti infastidisce, quando ti senti escluso, quando vorresti essere visto, quando qualcuno non si comporta come vorresti e anche quando sei stanco e hai molta meno voglia di essere la versione evoluta di te.

Una delle cose che questo evento mi ha mostrato in modo ancora più profondo è che, quando un gruppo entra davvero in un campo condiviso, non si lavora soltanto quando “tocca a te”, si lavora di continuo. Anzi, a volte è proprio quando pensi che il lavoro sia finito che comincia la parte più interessante, perché durante un esercizio sai che ti stai osservando, nel resto del tempo, no.

Se ti faccio una domanda su come vivi il conflitto, puoi pensarci, analizzarti e darmi una risposta meravigliosa. Poi qualcuno ti contraddice mentre stai bevendo il caffè, ed eccoti lì: senza preparazione, senza risposta corretta, senza il tempo di costruire una spiegazione. Tu.

Per questo continuo a essere convinta che i ritiri residenziali abbiano una potenza difficilmente riproducibile altrove. Non perché tre giorni in montagna siano più spirituali, ma perché per tre giorni non puoi controllare tutto.

Ci sono altre persone, altri tempi, altri bisogni. Qualcuno ti piace, qualcuno meno. Qualcuno ti rispecchia, qualcuno ti irrita. Qualcuno fa emergere una parte di te che, da solo, nella tranquillità di casa tua, non avresti mai incontrato.

Quest’anno l’ho visto accadere di continuo. Ho visto persone arrivare con una domanda e scoprire che sotto quella domanda ce n’era un’altra. Ho visto la mente cercare spiegazioni perfettamente logiche mentre qualcosa di molto più profondo raccontava una storia del tutto diversa. Ho visto persone dire di voler lasciare andare qualcosa e scoprire che una parte di loro non voleva affatto farlo.

Va bene anche questo, perché lo scopo del lavoro non è costringerti ad arrivare alla soluzione che avevi deciso prima di cominciare.

È rendere visibile ciò che non riuscivi a vedere.

Poi la chiave rimane nelle tue mani. Puoi vedere, puoi comprendere, puoi scegliere di muovere qualcosa, puoi anche accorgerti che, per il momento, non sei disposto a farlo. Ma dopo averlo visto sarà molto più difficile continuare a raccontarti la stessa storia senza sapere che è una storia.

Per questo che sto iniziando a sentire stretto il nome che ho utilizzato finora per una parte di questi lavori: Nuove Costellazioni Integrate.

Le costellazioni sistemiche di Hellinger sono state uno dei punti di partenza, ma ciò che faccio oggi è diventato qualcosa di molto diverso.

Spesso non parto da mamma, papà, antenati o da una struttura nella quale il problema debba necessariamente rientrare.

Io parto dalla persona, da ciò che porta e da quello che emerge mentre lavoriamo.

Nel mio metodo entra tutto: lettura energetica, lavoro energetico, rappresentazione attraverso altre persone, pulizia profonda, riequilibrio del campo, accompagnamento e osservazione delle modifiche che avvengono durante il lavoro.

A volte emerge una dinamica familiare, a volte no.

La difficoltà, e la bellezza, sta proprio nel non decidere prima che cosa dovremo trovare.

E c’è un’altra cosa che questi giorni mi hanno ricordato: avere strumenti non significa dover fare tutto da soli.

Questa è una delle grandi fregature del lavoro su di sé.

“Ho tutto dentro di me.”

Sì. Ma dentro di te ci sei anche tu. Quindi esistono in modo inevitabile punti dai quali non riesci a guardarti.

Io lavoro con queste cose da anni. Ho strumenti, so osservare, so fare un lavoro energetico su di me. Eppure anch’io, quando serve, chiedo a qualcuno di guardare insieme a me. Non perché quella persona abbia il mio potere al posto mio, piuttosto perché occupa un punto di osservazione diverso dal mio.

Qui mi viene da pensare alla mia macchina… Lo so che vi chiedevate cosa cavolo c’entrava la foto con il post!

Proprio il pomeriggio prima di iniziare l’evento si è bucato un manicotto dell’impianto di raffreddamento.

La macchina è mia. La guido io. So perfettamente come si guida e se la temperatura sta salendo so fermarmi.

Questo non significa che io sappia individuare e riparare il punto in cui perde. Per quello mi serve qualcuno che sappia vedere ciò che io non so vedere.

Questo non rende la macchina meno mia. Non significa che da quel momento sarà il meccanico a decidere dove devo andare. Mi permette soltanto di tornare a guidarla.

Eh già, persino la macchina rotta, alla fine, è diventata parte del percorso di questi giorni.

Io e altre due ragazze abbiamo impiegato circa un’ora e mezza per percorrere una ventina di chilometri con il radiatore surriscaldato.

Avremmo potuto passare tutto il tempo a imprecare, preoccuparci e vivere quella situazione come un ostacolo, soprattutto perché ritardavamo l’inizio dell’evento. Invece ci siamo fermate quando serviva e abbiamo guardato il paesaggio.

Ho visto scorci di strade che avevo percorso decine di volte senza averli mai veramente guardati. Ho scoperto un pezzo di fiume sotto di noi che non avevo mai notato.

Poi siamo ripartite e ci siamo fermate di nuovo. Abbiamo acceso la musica, abbiamo cantato mentre le altre auto continuavano a superarci.

La macchina continuava a essere rotta. Non avevamo bisogno di fingere che non lo fosse per vivere bene quello che stava succedendo.

Forse è stata una delle immagini più belle di questi giorni: non sempre puoi scegliere quello che accade, ma puoi essere abbastanza presente per vivere bene anche quando qualcosa va storto.

La presenza è stato il tema principale in questo evento, sia per me e per la collega che mi ha aiutato, sia per i partecipanti.

Ecco l’altro tema vitale: la collaborazione.

Gestire un gruppo significa mantenere attenzione non soltanto sulla persona che in quel momento sta lavorando, ma su ciò che accade nell’intero spazio condiviso.

Significa prestare attenzione alla qualità energetica del campo, alla sua pulizia, alle interferenze, a ciò che emerge e a ciò che cambia dopo ogni intervento.

È una presenza continua, e avere più persone capaci di mantenerla cambia di netto la qualità del lavoro.

Forse è proprio questa una delle cose più importanti che mi porto a casa: abbiamo trasformato l’autonomia in un mito talmente grande che qualche volta abbiamo finito per confonderla con l’isolamento.

Collaborare non significa consegnare il proprio potere a qualcun altro.

Chiedere uno sguardo esterno non significa non essere capaci.

Farsi accompagnare non significa delegare la propria vita.

Il potere rimane tuo. La scelta rimane tua. La responsabilità rimane tua.

Però, qualche volta, un altro essere umano riesce a vedere il punto che tu, proprio perché sei dentro alla tua storia, non puoi vedere.

Non darti le risposte, non salvarti, non decidere per te, ma metterti davanti a qualcosa che fino a ieri era alle tue spalle, per poi lasciarti la libertà di scegliere che cosa farne.


Lorena Laurenti

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