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QUANDO SCEGLI UN PERCORSO SPIRITUALE PER NON GUARIRE

Nel corso degli anni mi è capitato moltissime volte di ricevere richieste di analisi o di percorsi da persone che, prima di arrivare da me, avevano già provato di tutto: operatori olistici, sciamani, guaritori, guru, medium, accademie spirituali, corsi, rituali, iniziazioni, tecniche energetiche di ogni genere.

Alcune sono alla ricerca da anni, altre addirittura da decenni. Hanno letto libri, frequentato scuole, collezionato attestati e sperimentato così tante pratiche da conoscere il mondo spirituale molto meglio di tanti che ci lavorano.

Eppure sono ancora lì. Stanno esattamente come prima o addirittura peggio.

“Sono capitato per caso su un tuo video.”

Questa è la frase che sento di più. Prima un video, poi un altro. Solo a guardare per qualche settimana o qualche mese senza contattarmi. Finché, a un certo punto, arriva la dichiarazione: “Adesso sento che voglio andare fino in fondo”.

Alcune di queste persone sono nuove, altre sono arrivate da me anni prima per una piccola parentesi: hanno fatto un pezzetto di strada e poi al momento di cambiare sono sparite. A volte senza una vera spiegazione, altre dicendomi che avevano bisogno di tempo, che dovevano elaborare, che in quel momento non se la sentivano di proseguire.

Infine il grande ritorno: “Questa volta voglio lavorare davvero su di me”.

Quando una cosa del genere ti capita una volta, non ci fai troppo caso. Quando comincia a capitare spesso, invece, inizi inevitabilmente a osservare.

Così, negli anni, ho cominciato a chiedermi che cosa spinga davvero una persona a passare da un operatore all’altro in un loop infinito.

La risposta più semplice sarebbe: sta cercando quello giusto.

Qualche volta è così. Non tutti gli operatori sono competenti, non tutti i metodi sono adatti a tutti e non ogni percorso deve durare per sempre. Ci sono momenti in cui andarsene è non soltanto legittimo, ma necessario.

Però spesso ho visto qualcosa di molto diverso.

Ho visto persone utilizzare in modo inconsapevole la ricerca spirituale per non arrivare mai fino in fondo dentro di sé.

Il meccanismo spesso comincia in maniera quasi invisibile: decidi che vuoi lavorare davvero su qualcosa, inizi un percorso, cominci a scavare e scopri aspetti di te che magari non avevi mai visto. All’inizio può essere persino entusiasmante perché tante cose acquistano un senso.

Poi, però, arrivi alla soglia. Quella vera.

Non stai più solo imparando qualcosa su di te. Stai cominciando a vedere il nucleo che mantiene in piedi il problema e all’improvviso capisci che, per cambiare sul serio, dovrai mettere in discussione qualcosa a cui una parte di te è ancora disperatamente aggrappata.

È lì che comincia la fuga.

“Ho bisogno di elaborare.”

“Devo prendermi un po’ di tempo.”

“In questo momento ho troppe cose da gestire.”

“Voglio prima capire meglio quello che è emerso.”

Frasi legittime. Qualche volta vere.

Spesso il modo più elegante per fermarti a un centimetro dal punto che ti terrorizza.

Passano settimane, magari mesi. Poi incontri qualcun altro.

Un nuovo operatore, un nuovo maestro, una nuova tecnica. Una spiegazione diversa.

“Ecco. Questo risuona molto di più con me!”

Risuona.

Il termine più abusato in campo spirituale.

Con quale parte di te sta risuonando?

Perché non tutto ciò che risuona con noi, risuona per forza con la nostra parte più evoluta.

Qualche volta risuona meravigliosamente con il nostro trauma.

Con la paura.

Con il bisogno di controllo.

Con il bisogno di essere salvati.

Con la parte di noi che non vuole assumersi una responsabilità.

Con quella che vuole continuare a credere ciò che ha sempre creduto.

Il nuovo operatore può sembrarti perfetto proprio perché, inconsapevolmente, ti permette di non oltrepassare quella soglia.

Questo è uno dei meccanismi più interessanti che ho potuto osservare nel mio lavoro. Ci sono persone che sono tornate da me dopo anni e che, durante i mesi successivi, hanno cominciato a raccontarmi tutto quello che era successo nel frattempo.

A volte erano passate attraverso altri operatori senza ottenere grandi risultati. In altri casi erano finite in ambienti molto più pesanti: strutture fortemente manipolatorie, gruppi chiusi, ritualistiche importanti, situazioni che soltanto molto tempo dopo sono riuscite a riconoscere come distruttive e di cui portano ancora gli strascichi.

La cosa che trovo sempre curiosa è che quando erano dentro quelle situazioni non stavano necessariamente male. Alcune stavano benissimo. Si sentivano comprese, proprio nel posto giusto. Avevano trovato persone che parlavano la loro lingua, spiegazioni capaci di dare un senso a tutto, rituali, gerarchie, appartenenza, risposte.

Soltanto dopo, quando qualcosa dentro di loro era cambiato, sono riuscite a voltarsi indietro e chiedersi: “Come ho fatto a non vedere?”

Io credo che la risposta sia molto meno stupida di quanto sembri. Non vedevano perché, in quel momento, quella realtà era compatibile con lo stato in cui si trovavano.

Entriamo continuamente in risonanza con ciò che siamo, e questo vale anche quando scegliamo qualcuno a cui affidarci.

Non significa che chi incontra un ciarlatano se lo sia meritato, piuttosto occorre avere il coraggio di domandarsi perché, in una determinata fase della nostra vita, proprio una certa persona, una certa promessa o una certa spiegazione siano riuscite ad agganciarci in modo così profondo.

Se dentro di me dico con la testa “voglio cambiare”, ma tutto il resto del mio sistema sta urlando “non voglio vedere, non voglio sentire, non voglio assumermi questa responsabilità, voglio che qualcuno mi salvi”, quale delle due parti guiderà davvero le mie scelte?

Già, la seconda: attiri a te ciò che nel profondo emani. Questo vale per ogni ambito.

Può arrivare qualcuno che promette esattamente quello che stai cercando: una soluzione senza attraversamento.

Qualcuno che sembrerà pulire tutto al tuo posto.

Che sembrerà liberarti.

Che attribuirà ogni problema a qualcosa di esterno.

Che ti darà una spiegazione capace di tranquillizzare la tua mente.

Così, continuerai a passare da una persona all’altra, convinto di essere un instancabile ricercatore spirituale.

Dopo vent’anni, cento corsi, duecento meditazioni, trenta trattamenti, dodici iniziazioni e diplomi che ormai escono persino dai cassetti della scrivania, sarai ancora nella stessa palude. Forse qualche centimetro più sotto.

C’è una differenza enorme tra lavorare su sé stessi e lavorare intorno a sé stessi.

Ho visto persone arrivare da me convinte di essere finalmente pronte. Iniziare un’analisi, vedere qualcosa che fino a quel momento non avevano voluto vedere e avvicinarsi alla soglia. Poi fermarsi e sparire.

Io non devo essere l’operatore giusto per tutti, ognuno può scegliere chi vuole, ma in alcuni casi la dinamica era evidente: non era stato il mio lavoro a non convincerle, a fare troppa paura era ciò che avevano cominciato a vedere attraverso quel lavoro.

Ho spezzato il loro film interiore, e questo per molti è il trauma più grande.

Finché magari, mesi o anni dopo, succede qualcosa. Un click.

Un click che conosco bene perché l’ho visto nelle persone che sono tornate e sono rimaste.

Non dice: “Adesso ho trovato l’operatore perfetto”.

Dice: “Adesso voglio cambiare davvero e non mi interessa più quanto sarà scomodo farlo. Non ho più paura di guardare”.

È lì che cambia tutto.

Quando cambia la frequenza della persona cambia anche ciò con cui riesce a entrare in risonanza.

E guarda un po’, ciò che prima sembrava rassicurante può improvvisamente cominciare a puzzare di falso.

La spiegazione che prima ti faceva stare benissimo non basta più. La promessa miracolosa non ti convince. Il maestro che sembrava avere tutte le risposte di colpo ti irrita. Magari cominci ad ascoltare proprio chi dice la cosa che, fino a poco tempo prima, non volevi assolutamente sentirti dire: “Io posso aiutarti, ma non posso salvarti”.

Un operatore serio ti aiuta a vedere meglio. Può sciogliere qualcosa, può darti strumenti, può accompagnarti, può ripulirti, ma non può fare il lavoro al tuo posto. Non può impedirti di ricreare gli stessi pensieri sabotanti né eliminare ciò che vuoi tenerti stretto.

Io posso ripulire le forme pensiero del tuo campo, ma se torni continuamente lì, la pulizia non serve a nulla. Posso mostrarti una porta, ma non posso obbligarti ad attraversarla.

Ecco perché non lavoro con tutti, non accetto di pulire tutti o di fare certi trattamenti a chi non è pronto. Si chiama coerenza professionale… ed è per questo che, ahimè, non divento ricca.


Torniamo al “segui ciò che risuona con te”.

Inizia a chiederti: con chi o cosa sto risuonando?

Se sei immerso nella paura, potrebbe risuonare la paura. Se vuoi essere salvato, potrebbe risuonare chi promette di salvarti. Se hai bisogno di sentirti speciale, potrebbe risuonare chi ti racconta che sei stato scelto per una missione cosmica irripetibile. Se hai bisogno di non guardare una tua responsabilità, potrebbe risuonare chi ti assicura che tutto quello che ti succede dipende esclusivamente dagli altri. Se ti senti solo, potrebbe risuonare una setta travestita da sorellanza.

Ascoltarsi in modo superficiale non basta.

Bisogna imparare a osservarsi.

Restare presenti abbastanza a lungo da accorgersi non soltanto di ciò che sentiamo a primo impatto, ma da dove arriva ciò che sentiamo.

Così, quando compare per l’ennesima volta il desiderio improvviso di cambiare strada proprio mentre qualcosa comincia a diventare scomodo, potrai fermarti un momento e farti una domanda: “Sto andando via perché questo percorso non mi serve più, oppure perché siamo finalmente arrivati nel punto in cui non volevo arrivare?”

Non esiste una risposta valida per tutti.

A volte bisogna davvero andarsene, a volte bisogna correre, ma altre volte quella soglia va vista perché è la stessa davanti alla quale ti fermi da vent’anni.

Il cambiamento vero comincia quando decidi di superarla, anche se significa perdere il vecchio te.


Lorena Laurenti

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